giovedì 3 luglio 2014
Spazio di confine: Un viaggio non ha confini - Marrakech : la Perla ...
Spazio di confine: Un viaggio non ha confini - Marrakech : la Perla ...: " Sento un profumo: un profumo nuovo dal sapore d'antico. Alzo lo sguardo e appoggiato sul tavolino, ai piedi del letto, scorgo un ...
Un viaggio non ha confini - Marrakech : la Perla del Marocco
" Sento un profumo: un profumo nuovo dal sapore d'antico. Alzo lo sguardo e appoggiato sul tavolino, ai piedi del letto, scorgo un tondo vassoio di rame con due pani ,della stessa forma, calore e colore del sole d'agosto. Come è dolce svegliarsi in Marocco".
Di questo viaggio non ricordo la data ma posso dirvi che non è ancora terminato.
Amo questo Paese ed amo abbandonarmi ai suoi luoghi.
Il Marocco, che non consente riposo ai cinque sensi: forme, colori, profumi, suoni e sapori non danno respiro. Li conservo sempre con piacevole nostalgia.
Qui il fascino dell'esotismo che ha stregato Delacroix e Matisse, lo ritrovo negli occhi scuri delle donne berbere e nelle case di Marrakech: la " perla rosa".
Proprio di questa città vorrei raccontarvi, della sua parte più esposta e segreta: il suk e Piazza Djema el-Fna. Suppongo sia il mio primo incontro con la città e rimango colpita dalle mura che corrono per dodici chilometri intorno alla medina,la città vecchia e dai Monti dell'Atlante che la incorniciano.
Ma sono certa che avverrà oltre queste mura il vero incontro con la città. Varcata la porta moresca mi inoltro nel souk; è più piccolo e più intimo di quelli di Fès e Mèknes, ma proprio per questo più accattivante.
Vedo turisti agitarsi nella ricerca di esotici acquisti, mentre i malachiti (gli abitanti di Marrakech) lo attraversano con l'indifferenza data dalla necessità.
Qui si trova un po' di tutto, dagli abiti alle scarpe, dalle verdure agli ori.
Un anziano signore mi racconta che in origine era diviso in varie sezioni, con veri confini che portavano il nome legati alle attività che vi si svolgevano. Ricorda che c'era il suk el Kebir per le maroquinerie, il souK Laghzal era quello dei lanieri, mentre per la terracotta c'era il souk el Fakharine. Ora tutto è sfumato, con il risultato di un pout- pourri di stradine, piazzette,e passaggi coperti, dove gli antiquari si mescolano agli speziali, e gli argentieri ai venditori di chincaglierie.
Ma vi assicuro che se affrontate il tutto con la curiosità, una piccola dose di pazienza e ben predisposti al sorriso, verrete sicuramente invitati a bere una tazza di te, offerta dai venditori.
Ed ogni venditore ha una merce speciale ed un te particolare. Se sopravvivete alla decima tazza di te, e al rito del contrattare il prezzo di qualunque oggetto posto in vendita....certo per alcuni sarà un'esperienza estenuante ma, per i più esaltante!
Dimenticavo che il suk è un luogo dove anche perdersi è divertente e per nulla pericoloso.
Ma dov'è il palcoscenico più folle ed ammaliante di questa città? Se imbocco questo angusto quanto breve passaggio dovrei trovarmi.....
Ah eccola!!Piazza Djemna el - Fna. Passeggio, adeguando la mia andatura a quella della folla e spostandomi ai bordi dove decine di venditori offrono la loro "mercanzia" per terra, appoggiata sopra teli di plastica. Giocattoli, orologi, erbe, menta...tanta tanta menta. Vestiti dalle molteplici fogge di prima, seconda terza , tante mani che non si possono contare. Al centro della piazza troneggiano decine di pentole fumanti, poste su fornelli alquanto posticci, i cui proprietari si avvicendano attorno alle file dei banchetti irregolari, affinché tutto sia pronto per l'ora di cena. Altri banchetti , per pochi dirham (moneta locale), offrono l'opportunità di gustare una fresca spremuta d'arancia: l'energia sufficiente per continuare in questo percorso fuori dal tempo.
Girovagando per la Piazza noto seduti o sdraiati per terra vecchi, donne con in braccio e lungo i fianchi un bambino, che allungano la mano per chiedere qualche moneta. Quasi tutti indossano lo stesso cafetano pesante e e usurato dal tempo. La maggior parte delle donne ha il volto velato, dal quale traspare un profilo implorante. Una piccola folla è raccolta in estatico ascolto di un vecchio. Mi fermo. Mi siedo per terra. Colgo le sue espressioni, ma avverto il disagio di non comprenderne alcuna parola. Il vecchio, strisciando per terra mi si avvicina, con lo sguardo fisso sul mio volto, mi rivolge una domanda. Si ,colgo che è una domanda, ma non posso rispondere...non conosco ne l'arabo ne il berbero. Il vecchio alza il tono di voce quasi volesse gridare. Lo guardo, lo ascolto . Non voglio perdere nulla della forza di quel grido, seguo il suo sguardo e lui il mio, così fino alla fine del racconto. Solo alla fine, quando sto per alzarmi, si avvicina ancor più, si alza e accennando un rispettoso inchino, mi saluta con un "Maa Salaam" (Vai in Pace) e la voce tonante è pura melodia.
Si. andrò in pace, ma più tardi.
Percorro poco più di cento metri quando incontro i ciechi. Sono tanti i ciechi che si incontrano in Marocco, ma qui nella città rosa questi mendicanti si riuniscono seduti su di una panchina, a gruppi di sei o sette, pigiati l'uno contro l'altro recitano una struggente litania: il nome di Dio ripetuta all'infinito. Ciascuno tiene davanti a se una ciotola e quando un passante vi pone una moneta, questa passa di mano in mano, finché uno a turno se la mette nella propria tasca.
Arriva così l'ora del crepuscolo, la piazza esplode nei suoi mille colori, smorzati dal fumo che aleggia sui banchetti che presto diventa una nube sempre più grande. Volgo le spalle alla piazza e d'incanto la Koutoubia (la moschea) è già illuminata a giorno e riesce ad ottenere tutta l'ammirazione che merita.
Ritorno con lo sguardo a prima, e m' accorgo che il palcoscenico è mutato. La sera ha ormai preso la scena. La folla e la confusione con essa, aumenta.
Compaiono coloratissimi venditori d'acqua, incantatori di serpenti,. Giocolieri, equilibristi, piccole scimmie addomesticate che salgono e scendono dalla spalla di chi loro la offre. Questo nuovo palcoscenico mi turba. Si è ora che rientri.
Da tanto avevo desiderato vivere questo fantastico, magico mondo. E così è stato.
Sulla via del ritorno mi sembra tutto irreale.
Ma a casa il sonno non tarda ad arrivare, accompagnato dal ricordo di un profumo: un profumo nuovo dal sapore d'antico.
Domani mi sveglierò ancora qui nella città rosa. Marrakech good night!
Di questo viaggio non ricordo la data ma posso dirvi che non è ancora terminato.
Amo questo Paese ed amo abbandonarmi ai suoi luoghi.
Il Marocco, che non consente riposo ai cinque sensi: forme, colori, profumi, suoni e sapori non danno respiro. Li conservo sempre con piacevole nostalgia.
Qui il fascino dell'esotismo che ha stregato Delacroix e Matisse, lo ritrovo negli occhi scuri delle donne berbere e nelle case di Marrakech: la " perla rosa".
Proprio di questa città vorrei raccontarvi, della sua parte più esposta e segreta: il suk e Piazza Djema el-Fna. Suppongo sia il mio primo incontro con la città e rimango colpita dalle mura che corrono per dodici chilometri intorno alla medina,la città vecchia e dai Monti dell'Atlante che la incorniciano.
Ma sono certa che avverrà oltre queste mura il vero incontro con la città. Varcata la porta moresca mi inoltro nel souk; è più piccolo e più intimo di quelli di Fès e Mèknes, ma proprio per questo più accattivante.
Vedo turisti agitarsi nella ricerca di esotici acquisti, mentre i malachiti (gli abitanti di Marrakech) lo attraversano con l'indifferenza data dalla necessità.
Qui si trova un po' di tutto, dagli abiti alle scarpe, dalle verdure agli ori.
Un anziano signore mi racconta che in origine era diviso in varie sezioni, con veri confini che portavano il nome legati alle attività che vi si svolgevano. Ricorda che c'era il suk el Kebir per le maroquinerie, il souK Laghzal era quello dei lanieri, mentre per la terracotta c'era il souk el Fakharine. Ora tutto è sfumato, con il risultato di un pout- pourri di stradine, piazzette,e passaggi coperti, dove gli antiquari si mescolano agli speziali, e gli argentieri ai venditori di chincaglierie.
Ma vi assicuro che se affrontate il tutto con la curiosità, una piccola dose di pazienza e ben predisposti al sorriso, verrete sicuramente invitati a bere una tazza di te, offerta dai venditori.
Ed ogni venditore ha una merce speciale ed un te particolare. Se sopravvivete alla decima tazza di te, e al rito del contrattare il prezzo di qualunque oggetto posto in vendita....certo per alcuni sarà un'esperienza estenuante ma, per i più esaltante!
Dimenticavo che il suk è un luogo dove anche perdersi è divertente e per nulla pericoloso.
Ma dov'è il palcoscenico più folle ed ammaliante di questa città? Se imbocco questo angusto quanto breve passaggio dovrei trovarmi.....
Ah eccola!!Piazza Djemna el - Fna. Passeggio, adeguando la mia andatura a quella della folla e spostandomi ai bordi dove decine di venditori offrono la loro "mercanzia" per terra, appoggiata sopra teli di plastica. Giocattoli, orologi, erbe, menta...tanta tanta menta. Vestiti dalle molteplici fogge di prima, seconda terza , tante mani che non si possono contare. Al centro della piazza troneggiano decine di pentole fumanti, poste su fornelli alquanto posticci, i cui proprietari si avvicendano attorno alle file dei banchetti irregolari, affinché tutto sia pronto per l'ora di cena. Altri banchetti , per pochi dirham (moneta locale), offrono l'opportunità di gustare una fresca spremuta d'arancia: l'energia sufficiente per continuare in questo percorso fuori dal tempo.
Girovagando per la Piazza noto seduti o sdraiati per terra vecchi, donne con in braccio e lungo i fianchi un bambino, che allungano la mano per chiedere qualche moneta. Quasi tutti indossano lo stesso cafetano pesante e e usurato dal tempo. La maggior parte delle donne ha il volto velato, dal quale traspare un profilo implorante. Una piccola folla è raccolta in estatico ascolto di un vecchio. Mi fermo. Mi siedo per terra. Colgo le sue espressioni, ma avverto il disagio di non comprenderne alcuna parola. Il vecchio, strisciando per terra mi si avvicina, con lo sguardo fisso sul mio volto, mi rivolge una domanda. Si ,colgo che è una domanda, ma non posso rispondere...non conosco ne l'arabo ne il berbero. Il vecchio alza il tono di voce quasi volesse gridare. Lo guardo, lo ascolto . Non voglio perdere nulla della forza di quel grido, seguo il suo sguardo e lui il mio, così fino alla fine del racconto. Solo alla fine, quando sto per alzarmi, si avvicina ancor più, si alza e accennando un rispettoso inchino, mi saluta con un "Maa Salaam" (Vai in Pace) e la voce tonante è pura melodia.
Si. andrò in pace, ma più tardi.
Percorro poco più di cento metri quando incontro i ciechi. Sono tanti i ciechi che si incontrano in Marocco, ma qui nella città rosa questi mendicanti si riuniscono seduti su di una panchina, a gruppi di sei o sette, pigiati l'uno contro l'altro recitano una struggente litania: il nome di Dio ripetuta all'infinito. Ciascuno tiene davanti a se una ciotola e quando un passante vi pone una moneta, questa passa di mano in mano, finché uno a turno se la mette nella propria tasca.
Arriva così l'ora del crepuscolo, la piazza esplode nei suoi mille colori, smorzati dal fumo che aleggia sui banchetti che presto diventa una nube sempre più grande. Volgo le spalle alla piazza e d'incanto la Koutoubia (la moschea) è già illuminata a giorno e riesce ad ottenere tutta l'ammirazione che merita.
Ritorno con lo sguardo a prima, e m' accorgo che il palcoscenico è mutato. La sera ha ormai preso la scena. La folla e la confusione con essa, aumenta.
Compaiono coloratissimi venditori d'acqua, incantatori di serpenti,. Giocolieri, equilibristi, piccole scimmie addomesticate che salgono e scendono dalla spalla di chi loro la offre. Questo nuovo palcoscenico mi turba. Si è ora che rientri.
Da tanto avevo desiderato vivere questo fantastico, magico mondo. E così è stato.
Sulla via del ritorno mi sembra tutto irreale.
Ma a casa il sonno non tarda ad arrivare, accompagnato dal ricordo di un profumo: un profumo nuovo dal sapore d'antico.
Domani mi sveglierò ancora qui nella città rosa. Marrakech good night!
mercoledì 19 febbraio 2014
Ucraina - proteste sanguinose - Kiev è quasi guerra civile
Dallo scorso novembre Piazza Maidan di Kiev si presentava quale palcoscenico per accese manifestazioni di dissenso.
Da tale data infatti il governo ucraino aveva deciso di ritirarsi dalle trattative per la creazione di una zona di libero scambio con l'Europa. Gli ucraini europeisti hanno percepito la volontà del presidente Vikctor Yanukovich , di portare il loro paese nelle braccia di Vladimir Putin, che vede nell'Ucraina un importante tassello della sua "Grande Russia".
All'inizio di quest'anno le manifestazioni avevano provocato una netta presa di posizione del governo, attraverso la promulgazione di leggi antiopposizione molto restrittive, le quali però hanno avviato una escalation del dissenso ancor più crude. La forza di tale opposizione è stata tale da ottenere la revoca di tali leggi, le dimissioni dell'esecutivo ucraino, eccezion fatta per il presidente. Il tutto presagiva una soluzione pacifica del conflitto.
Ma, l''accordo con la Russia in merito ad una linea di 2 miliardi di dollari aveva dato credito che con i prossimi voti parlamentari della settimana entrante, avrebbe preso vita un governo filo-russo, lasciando poco margine a quello filo-europeista.
A supporto di tale tesi la mancanza di aiuti finanziari promessi al governo in carica, da parte dell'Europa e Stati Uniti che hanno invece supportato il movimento di opposizione.
Le manifestazioni di piazza sono a questo punto riprese.
Lo scorso martedì a seguito di un ultimatum lanciato dalle forze dell'ordine ai manifestanti di abbandonare Piazza Maidan, hanno spinto gli stessi verso i palazzi del potere.
Ieri il clima era veramente infuocato, tanto che i feroci scontri fra la polizia e i manifestanti hanno lasciato diverse decine di morti ed oltre duecento feriti., fra i quali anche l leader della protesta Oleksander Turchynov.
Quella di ieri è da considerarsi la più sanguinosa delle giornate di proteste da quando filo- europei e filo- russi hanno ripreso gli scontri. La situazione è degenerata da parte degli oppositori al governo, a seguito dell'utilizzo della polizia di proiettili veri.
Sono state segnalate esplosioni, copi di arma da fuoco e lancio di bombe molotov da parte di alcuni manifestanti anti-governativi.
Il risultato è quello di una Piazza invasa e devastata dal fuoco e dalle fiamme.
Secondo alcune indiscrezioni l'unione Europea non esiterà a prendere misure contro i repressori della protesta, anche se la posizione della Germania è alquanto incerta, causa gli stretti rapporti commerciali con la Russia.
Non possiamo pensare ad una guerra in Ucraina, e che le tensioni createsi fra l'Occidente e la Russia , ripropongano lo spettro della Guerra Fredda.
La Russia non esisteva quando l'Ucraina e la sua capitale Kiev risplendevano.
Questo dovrebbe indurci a sostenere il popolo di Maidan, ora più che mai il cuore pulsante della nazione.
L'augurio è che riescano a dominare chi già si sente padrone di questa terra: Putin e il suo valletto Yanukovich.
Da tale data infatti il governo ucraino aveva deciso di ritirarsi dalle trattative per la creazione di una zona di libero scambio con l'Europa. Gli ucraini europeisti hanno percepito la volontà del presidente Vikctor Yanukovich , di portare il loro paese nelle braccia di Vladimir Putin, che vede nell'Ucraina un importante tassello della sua "Grande Russia".
All'inizio di quest'anno le manifestazioni avevano provocato una netta presa di posizione del governo, attraverso la promulgazione di leggi antiopposizione molto restrittive, le quali però hanno avviato una escalation del dissenso ancor più crude. La forza di tale opposizione è stata tale da ottenere la revoca di tali leggi, le dimissioni dell'esecutivo ucraino, eccezion fatta per il presidente. Il tutto presagiva una soluzione pacifica del conflitto.
Ma, l''accordo con la Russia in merito ad una linea di 2 miliardi di dollari aveva dato credito che con i prossimi voti parlamentari della settimana entrante, avrebbe preso vita un governo filo-russo, lasciando poco margine a quello filo-europeista.
A supporto di tale tesi la mancanza di aiuti finanziari promessi al governo in carica, da parte dell'Europa e Stati Uniti che hanno invece supportato il movimento di opposizione.
Le manifestazioni di piazza sono a questo punto riprese.
Lo scorso martedì a seguito di un ultimatum lanciato dalle forze dell'ordine ai manifestanti di abbandonare Piazza Maidan, hanno spinto gli stessi verso i palazzi del potere.
Ieri il clima era veramente infuocato, tanto che i feroci scontri fra la polizia e i manifestanti hanno lasciato diverse decine di morti ed oltre duecento feriti., fra i quali anche l leader della protesta Oleksander Turchynov.
Quella di ieri è da considerarsi la più sanguinosa delle giornate di proteste da quando filo- europei e filo- russi hanno ripreso gli scontri. La situazione è degenerata da parte degli oppositori al governo, a seguito dell'utilizzo della polizia di proiettili veri.
Sono state segnalate esplosioni, copi di arma da fuoco e lancio di bombe molotov da parte di alcuni manifestanti anti-governativi.
Il risultato è quello di una Piazza invasa e devastata dal fuoco e dalle fiamme.
Secondo alcune indiscrezioni l'unione Europea non esiterà a prendere misure contro i repressori della protesta, anche se la posizione della Germania è alquanto incerta, causa gli stretti rapporti commerciali con la Russia.
Non possiamo pensare ad una guerra in Ucraina, e che le tensioni createsi fra l'Occidente e la Russia , ripropongano lo spettro della Guerra Fredda.
La Russia non esisteva quando l'Ucraina e la sua capitale Kiev risplendevano.
Questo dovrebbe indurci a sostenere il popolo di Maidan, ora più che mai il cuore pulsante della nazione.
L'augurio è che riescano a dominare chi già si sente padrone di questa terra: Putin e il suo valletto Yanukovich.
giovedì 16 gennaio 2014
EGITTO: Nuova Costituzione: IL SILENZIO DEI GIOVANI
Nuova Costituzione: il silenzio dei giovani premia al-Sisi
Fonte : ISPI
Commentary di Francesca Paci
Giovedì 16 gennaio 2014
Tornato alle urne per la sesta volta in tre anni, l’Egitto avrà tra pochi giorni una nuova Costituzione che sostituisce quella a forte impronta islamista approvata poco più di un anno fa dal deposto nonché legittimamente eletto presidente Mohammed Morsi. Ma più che sui 247 articoli messi a punto a dicembre da una Commissione di 50 membri, il referendum chiedeva l’approvazione del paese sull’operato del ministro della Difesa al-Sisi, architetto del golpe popolare dell’estate scorsa e della successiva messa al bando dei Fratelli musulmani. Difficile immaginare infatti che laddove l’analfabetismo è intorno al 38% la lettura ragionata della Costituzione – con luci e ombre, parità dei sessi, diritti civili, bando dei partiti religiosi, ma anche la possibilità di processi militari ai civili – diventi improvvisamente l’attività principale del tempo libero.
I generali hanno chiesto dunque carta bianca per guidare l’ennesima transizione dopo essere finiti nelle mire dei rivoluzionari nelle settimane successive alla caduta di Mubarak proprio per essersi intitolato il passaggio di poteri. Una duplice vendetta in qualche modo, verso i da sempre nemici Fratelli musulmani e, ma anche verso, l’indomita piazza Tahrir, troppo lesta nel 2011 a smettere di tirare fiori ai carri armati e passare ai sassi.
La risposta dell’Egitto, da settimane preda di una sorta di Sisi-mania che moltiplica le immagini del generale dai cioccolatini alle lattine di olio per cucinare, era prevedibile. Sebbene i risultati non siano ancora ufficiali, pare evidente che il sì abbia vinto massicciamente. Ma è inaspettatamente altrettanto evidente che la partecipazione non sia stata oceanica: in proporzione nulla di comparabile con i milioni di persone (si dice fino a 30 milioni) che il 30 giugno scorso invasero il paese chiedendo di fatto ai militari un intervento contro gli islamisti al potere.
Solo pochi giorni fa il generalissimo al-Sisi spiegava che si sarebbe candidato solo in presenza di una fortissima investitura popolare, lasciando andare nel frattempo avanti avversari assai più deboli come il collega Sami Anan, Amr Moussa, l’ex premier di Mubarak Shafiq, l’ex Fratello musulmano Aboul Fotouh. Secondo gli analisti, l’uomo al momento più potente dell’Egitto aspetterebbe i risultati del referendum per accreditarsi la legittimità di quello che i pro Morsi chiamano “golpe sanguinario” (oltre mille dimostranti sono stati uccisi negli ultimi 5 mesi) e i governativi “seconda rivoluzione”. Sebbene i media ufficiali parlino di enorme affluenza referendaria con il 95% dei sì, fonti meno militanti ipotizzano che il dato potrebbe essere intorno al 42%, superiore rispetto al 33% con cui passò nel 2012 la Costituzione voluta dai Fratelli musulmani (i sì furono il 66%), ma non travolgente. Cosa è accaduto?
Mentre gli osservatori internazionali, tra cui il Carter Center, denunciano irregolarità e forti pressioni per votare a favore (ma anche intimidazioni per impedire l’accesso alle urne) e un rapporto di One World Foundation suggerisce che una gran parte degli egiziani si sia espressa per consegnarsi all’esercito senza aver neppure letto la Costituzione (non diversamente dunque da come avevano fatto poveri e analfabeti con i Fratelli nel 2012), le persone in coda ai seggi (in maggioranza almeno over 40) dicono che hanno votato i copti, la classe media, gli imprenditori economicamente esangui a causa dell’instabilità, molte donne, ma che invece i giovani, anima del 25 gennaio 2011, sono rimasti a casa.
Al di là dei pro Morsi che invitavano al boicottaggio per protestare contro il regime sotto cui sono già stati imprigionati 11 mila membri della Fratellanza (compresa l’intera leadership), i rivoluzionari liberal e moderati, compatti a giugno contro la “despotica democrazia” dei Fratelli musulmani, sono oggi spaccati. Tanti, consapevoli di rischiare il passaggio dalla padella alla brace, ammettono di non aver scelta e di preferire un “fascismo militare” , a questo punto possibile, “fascismo militare” allo sperimentato “fascismo islamico”. Tanti altri invece, dopo mille mal di pancia, hanno deciso di non votare o di votare no, non tanto contro la Costituzione (da quasi tutti giudicata buona) ma contro la svolta autoritaria dell’esercito che, per esempio, ha fatto approvare al governo a interim una durissima legge contro le manifestazioni non organizzate in base alla quale nelle settimane scorse sono stati incarcerati numerosi attivisti non legati ai Fratelli musulmani ma avversi al golpe (tra loro alcuni membri del Movimento 6 aprile).
A tre anni dalla fine del regime di Mubarak, l’Egitto sembra ancora stritolato nel vecchio muro contro muro, esercito (che controlla circa un terzo dell'economica) contro islamisti (che controllano, o controllavano, la parte delle campagne povere e analfabete e che ha il suo zoccolo duro nella piccola e media borghesia). Con l’aggiunta gravissima di un perdurare dell’incertezza che ha prodotto il tracollo del turismo, l’impennata della disoccupazione, un’economia esangue tenuta in vita solo dai soldi del Golfo (specialmente Arabia Saudita e Kuwait in chiave anti Qatar) e il parziale isolamento da parte di una comunità internazionale ostile al golpe (gli Stati Uniti starebbero però scongelando i 1,5 miliardi di dollari sospesi a ottobre per protesta). Per questo l’egiziano medio ha partecipato al referendum, sperando che arrivi “un uomo forte” a salvare il paese dal caos.
Ma non è affatto detto che la storia finisca qui. E non solo perché entro sei mesi ci saranno le elezioni presidenziali e poi quelle parlamentari, al termine delle quali l’esercito, giura, ormai sempre meno persuasivamente, che la road map e il proprio ruolo sarà finito. I giovani (e anche qualche meno giovane) che hanno voluto la cacciata di Morsi, il secondo Faraone in un paese che non vuole tollerarne più, si sono fatti da parte disertando il referendum, né con gli islamisti né con i loro autoritari nemici, una terza posizione che è ancora immatura ma che potrebbe avere in sé i semi di un passo avanti.
I generali hanno chiesto dunque carta bianca per guidare l’ennesima transizione dopo essere finiti nelle mire dei rivoluzionari nelle settimane successive alla caduta di Mubarak proprio per essersi intitolato il passaggio di poteri. Una duplice vendetta in qualche modo, verso i da sempre nemici Fratelli musulmani e, ma anche verso, l’indomita piazza Tahrir, troppo lesta nel 2011 a smettere di tirare fiori ai carri armati e passare ai sassi.
La risposta dell’Egitto, da settimane preda di una sorta di Sisi-mania che moltiplica le immagini del generale dai cioccolatini alle lattine di olio per cucinare, era prevedibile. Sebbene i risultati non siano ancora ufficiali, pare evidente che il sì abbia vinto massicciamente. Ma è inaspettatamente altrettanto evidente che la partecipazione non sia stata oceanica: in proporzione nulla di comparabile con i milioni di persone (si dice fino a 30 milioni) che il 30 giugno scorso invasero il paese chiedendo di fatto ai militari un intervento contro gli islamisti al potere.
Solo pochi giorni fa il generalissimo al-Sisi spiegava che si sarebbe candidato solo in presenza di una fortissima investitura popolare, lasciando andare nel frattempo avanti avversari assai più deboli come il collega Sami Anan, Amr Moussa, l’ex premier di Mubarak Shafiq, l’ex Fratello musulmano Aboul Fotouh. Secondo gli analisti, l’uomo al momento più potente dell’Egitto aspetterebbe i risultati del referendum per accreditarsi la legittimità di quello che i pro Morsi chiamano “golpe sanguinario” (oltre mille dimostranti sono stati uccisi negli ultimi 5 mesi) e i governativi “seconda rivoluzione”. Sebbene i media ufficiali parlino di enorme affluenza referendaria con il 95% dei sì, fonti meno militanti ipotizzano che il dato potrebbe essere intorno al 42%, superiore rispetto al 33% con cui passò nel 2012 la Costituzione voluta dai Fratelli musulmani (i sì furono il 66%), ma non travolgente. Cosa è accaduto?
Mentre gli osservatori internazionali, tra cui il Carter Center, denunciano irregolarità e forti pressioni per votare a favore (ma anche intimidazioni per impedire l’accesso alle urne) e un rapporto di One World Foundation suggerisce che una gran parte degli egiziani si sia espressa per consegnarsi all’esercito senza aver neppure letto la Costituzione (non diversamente dunque da come avevano fatto poveri e analfabeti con i Fratelli nel 2012), le persone in coda ai seggi (in maggioranza almeno over 40) dicono che hanno votato i copti, la classe media, gli imprenditori economicamente esangui a causa dell’instabilità, molte donne, ma che invece i giovani, anima del 25 gennaio 2011, sono rimasti a casa.
Al di là dei pro Morsi che invitavano al boicottaggio per protestare contro il regime sotto cui sono già stati imprigionati 11 mila membri della Fratellanza (compresa l’intera leadership), i rivoluzionari liberal e moderati, compatti a giugno contro la “despotica democrazia” dei Fratelli musulmani, sono oggi spaccati. Tanti, consapevoli di rischiare il passaggio dalla padella alla brace, ammettono di non aver scelta e di preferire un “fascismo militare” , a questo punto possibile, “fascismo militare” allo sperimentato “fascismo islamico”. Tanti altri invece, dopo mille mal di pancia, hanno deciso di non votare o di votare no, non tanto contro la Costituzione (da quasi tutti giudicata buona) ma contro la svolta autoritaria dell’esercito che, per esempio, ha fatto approvare al governo a interim una durissima legge contro le manifestazioni non organizzate in base alla quale nelle settimane scorse sono stati incarcerati numerosi attivisti non legati ai Fratelli musulmani ma avversi al golpe (tra loro alcuni membri del Movimento 6 aprile).
A tre anni dalla fine del regime di Mubarak, l’Egitto sembra ancora stritolato nel vecchio muro contro muro, esercito (che controlla circa un terzo dell'economica) contro islamisti (che controllano, o controllavano, la parte delle campagne povere e analfabete e che ha il suo zoccolo duro nella piccola e media borghesia). Con l’aggiunta gravissima di un perdurare dell’incertezza che ha prodotto il tracollo del turismo, l’impennata della disoccupazione, un’economia esangue tenuta in vita solo dai soldi del Golfo (specialmente Arabia Saudita e Kuwait in chiave anti Qatar) e il parziale isolamento da parte di una comunità internazionale ostile al golpe (gli Stati Uniti starebbero però scongelando i 1,5 miliardi di dollari sospesi a ottobre per protesta). Per questo l’egiziano medio ha partecipato al referendum, sperando che arrivi “un uomo forte” a salvare il paese dal caos.
Ma non è affatto detto che la storia finisca qui. E non solo perché entro sei mesi ci saranno le elezioni presidenziali e poi quelle parlamentari, al termine delle quali l’esercito, giura, ormai sempre meno persuasivamente, che la road map e il proprio ruolo sarà finito. I giovani (e anche qualche meno giovane) che hanno voluto la cacciata di Morsi, il secondo Faraone in un paese che non vuole tollerarne più, si sono fatti da parte disertando il referendum, né con gli islamisti né con i loro autoritari nemici, una terza posizione che è ancora immatura ma che potrebbe avere in sé i semi di un passo avanti.
Francesca Paci, giornalista de La Stampa.
Documento:
Aree di Ricerca:
mercoledì 2 ottobre 2013
Nella” Terra dei Fuochi”: fra i roghi che uccidono
La “Terra dei fuochi” è situata tra Napoli e Caserta. Sono
notoriamente i luoghi prescelti dalla malavita organizzata per lo smaltimento abusivo dei rifiuti tossici, frutto di un lucroso
business che continua a causare oltre che un vero e proprio disastro ecologico,
un aumento di forme tumorali maligne soprattutto fra donne e bambini. Da
segnalare anche la nascita di bambini con malformazioni superiori dell’80 %
alla norma.
Personaggi di spicco del mondo della politica, quali il nostro Presidente della Repubblica, si sono interessati al caso. Molti riflettori di media ed articoli della stampa nazionale si sono interessati al caso. Quello che a mio modesto parere, non si è ancora arrivati è ad una presa di coscienza, da parte della società civile , di quanto sta avvenendo in quelle cittadine e sulla pelle dei loro abitanti. Certo sono i luoghi della camorra, dai quali ci teniamo discretamente lontani anche col pensiero. Questo genera in noi i distacco, indifferenza ma soprattutto, la percezione e un senso di isolamento, per non dire abbandono da parte delle tante persone che in quei luoghi sono nati, abitano e sperano di continuare a vivere!
Qualiano, Villaricca, Orta di Atella, Caviano, Acerra, Nola, Giugliano di Campania ,Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Mondragone, Castelvolturno e Melito di Napoli. Questi sono i nomi dei Paesi nei quali sono stati riversati numerosi cumuli di rifiuti illegali e tossici che inquinano terreni e falde acquifere. Quando si incendiano i rifiuti , dando vita ai famigerati roghi, diffondono nell’aria fumi densi di sostanze tossiche , tra cui la diossina. La provenienza di tali materiali , su dichiarazione del pentito di camorra Carmine Schiavone, è riconducibile alla Germania, alla Svizzera ma , anche a diverse regioni del Nord fra le quali, Veneto e Lombardia. Questi rifiuti valgono oro , la mafia napoletana l’ha capito, tanto da avviarne un mercato redditizio. Ma chi ha trattato ed ha avallato queste trattative? Chi dei politici locali e non ,sapeva ed ha taciuto? Il 26 settembre scorso , a Caviano, sono stati dissotterrati 60 fusti metallici di vernice da scarto. Sopra coltivavano finocchi, broccoli, cavoli (notoriamente citati come antitumorali!) Questi fusti tra l’altro erano posizionati molto vicini alle falde acquifere. Su uno bidoni ritrovati era riportata la scritta “In Milano” (il tutto ben documentato da i quotidiano Il Mattino i Napoli), un possibile indizio riguardo la provenienza del materiale scaricato.
Ma non perdiamo tempo, nel porgerci queste domande, direbbe Don Maurizio Petricello, parroco di Caviano, in prima linea contro l’avvelenamento di questi territori. Lui, spesso accusato di essere allarmista, lo prende come un complimento sostenendo “Lo dicevano anche di quei pochi parroci coraggiosi che inascoltati denunciavano lo sterminio degli ebrei” E molti cittadini che lo affiancano, condividono asserendo :“ i napoletani ed i casertani sono come gli ebrei, e gli inceneritori renderanno il nostro ambiente un’unica camera a gas come avveniva nei campi di concentramento.” Continua Padre Maurizio, troppi sono i tumori, noi non siamo scienziati, non sappiamo dare delle risposte , ma noi viviamo su questo territorio! Noi vediamo e sentiamo ! Vive tutti i giorni i drammi familiari. Ed è costantemente vicino alle le mamme che troppo spesso si vedono piangere sulle bare dei loro piccoli. Arianna , 8 anni , morta per leucemia, come altri sette bambini , dopo atroci sofferenze. Le loro mamme , sostengono appelli, aprono le oro case, non certo per esibizionismo, bensì per chiedere aiuto, chiedere giustizia per chi ha permesso che i loro figli venissero ammazzati . Vogliono sapere i nomi e i cognomi di chi ha permesso tutto questo.
Personaggi di spicco del mondo della politica, quali il nostro Presidente della Repubblica, si sono interessati al caso. Molti riflettori di media ed articoli della stampa nazionale si sono interessati al caso. Quello che a mio modesto parere, non si è ancora arrivati è ad una presa di coscienza, da parte della società civile , di quanto sta avvenendo in quelle cittadine e sulla pelle dei loro abitanti. Certo sono i luoghi della camorra, dai quali ci teniamo discretamente lontani anche col pensiero. Questo genera in noi i distacco, indifferenza ma soprattutto, la percezione e un senso di isolamento, per non dire abbandono da parte delle tante persone che in quei luoghi sono nati, abitano e sperano di continuare a vivere!
Qualiano, Villaricca, Orta di Atella, Caviano, Acerra, Nola, Giugliano di Campania ,Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Mondragone, Castelvolturno e Melito di Napoli. Questi sono i nomi dei Paesi nei quali sono stati riversati numerosi cumuli di rifiuti illegali e tossici che inquinano terreni e falde acquifere. Quando si incendiano i rifiuti , dando vita ai famigerati roghi, diffondono nell’aria fumi densi di sostanze tossiche , tra cui la diossina. La provenienza di tali materiali , su dichiarazione del pentito di camorra Carmine Schiavone, è riconducibile alla Germania, alla Svizzera ma , anche a diverse regioni del Nord fra le quali, Veneto e Lombardia. Questi rifiuti valgono oro , la mafia napoletana l’ha capito, tanto da avviarne un mercato redditizio. Ma chi ha trattato ed ha avallato queste trattative? Chi dei politici locali e non ,sapeva ed ha taciuto? Il 26 settembre scorso , a Caviano, sono stati dissotterrati 60 fusti metallici di vernice da scarto. Sopra coltivavano finocchi, broccoli, cavoli (notoriamente citati come antitumorali!) Questi fusti tra l’altro erano posizionati molto vicini alle falde acquifere. Su uno bidoni ritrovati era riportata la scritta “In Milano” (il tutto ben documentato da i quotidiano Il Mattino i Napoli), un possibile indizio riguardo la provenienza del materiale scaricato.
Ma non perdiamo tempo, nel porgerci queste domande, direbbe Don Maurizio Petricello, parroco di Caviano, in prima linea contro l’avvelenamento di questi territori. Lui, spesso accusato di essere allarmista, lo prende come un complimento sostenendo “Lo dicevano anche di quei pochi parroci coraggiosi che inascoltati denunciavano lo sterminio degli ebrei” E molti cittadini che lo affiancano, condividono asserendo :“ i napoletani ed i casertani sono come gli ebrei, e gli inceneritori renderanno il nostro ambiente un’unica camera a gas come avveniva nei campi di concentramento.” Continua Padre Maurizio, troppi sono i tumori, noi non siamo scienziati, non sappiamo dare delle risposte , ma noi viviamo su questo territorio! Noi vediamo e sentiamo ! Vive tutti i giorni i drammi familiari. Ed è costantemente vicino alle le mamme che troppo spesso si vedono piangere sulle bare dei loro piccoli. Arianna , 8 anni , morta per leucemia, come altri sette bambini , dopo atroci sofferenze. Le loro mamme , sostengono appelli, aprono le oro case, non certo per esibizionismo, bensì per chiedere aiuto, chiedere giustizia per chi ha permesso che i loro figli venissero ammazzati . Vogliono sapere i nomi e i cognomi di chi ha permesso tutto questo.
VENERDI' 4 ottobre alle ore 17:00
MARCIA DELLA PACE
partenza orta di Atella – Santuario della Madonna
di Comiglione in Caviano
La Marcia sarà guidata, tra gli altri , da Don
Maurizio Patricello. Questo ammirevole
parroco ha anche perdonato l’ex prefetto di Napoli, De Martino, quando lo
umiliò pubblicamente per essersi rivolto durante una riunione al prefetto di
Caserta, Carmela Pagano, chiamandola “Signora “ e non “Signora Prefetto”, come
da protocollo. E Lui si scusò dichiarando di non essere avvezzo ai protocolli.
Ma la mortificazione era avvenuta.MARCIA DELLA PACE
partenza orta di Atella – Santuario della Madonna
di Comiglione in Caviano
Ma Voi, Signori Prefetti, che dovreste gestire i contenuti protocollari, non provate vergogna per tutto quanto sta accadendo nel vostro territorio? Politici, conniventi, che minimizzano ed offendono, sostenendo che la percentuale di patologie tumorali in quel territorio, sarebbe da attribuire ad uno stile di vita scorretto, come dichiarato dal Ministro della Salute Lorenzin.
A questo punto occorre l’onestà e il coraggio di ammettere la verità. Rimboccarsi le maniche per salvare il salvabile, non intervenendo con semplici ed inefficaci bonifiche.
Il mio pensiero e di non poche amiche va a d Don Patricello, alle amiche Chiara Barbato, Rosanna, Antonella,vi seguiremo sostenendo da lontano il vostro cammino.
Cambiando le coscienze individuali, forse riusciremo a ricreare una catena di speranza in chi l’ha smarrita.
E ad incatenare chi ha infamato e macchiato di sangue le “ vostre e, permettete, ora anche nostre terre” .
martedì 17 settembre 2013
Iran-Iraq : Il grave silenzio sui 52 dissidenti massacrati e i 7 ostaggi
La mia vicinanza al
Popolo Iraniano, oppositore al regime dei mullah, costretto a vivere al fuori del
proprio Paese è nata con l’adesione al movimento ADDI (Associazione Democratica
Donne Iraniane), coordinato magistralmente da Sonia Irani. Nel tempo si sono
creati altri legami sia nel nostro Paese che in Francia, dove da anni risiede
Maryam Rajavi, Leader indiscussa della Resistenza Iraniana. Per questo mi sarà
difficile dimenticare quella domenica del 1° Settembre , quando molti dei miei amici
iraniani hanno perso amici, parenti. Hanno subìto una violenza fisica e
psicologica non facile da dimenticare.
Nella oscura notte che ci accompagnava al primo settembre da
poco trascorso, in terra irachena a Camp Ashraf dove erano ospitati dissidenti
del regime iraniano, è avvenuta una vera e propria mattanza . 52 dei 100 residenti sono stati uccisi dai militari iracheni. Alcuni di loro avevano le mani legate dietro la schiena.
Erano, intellettuali, giornalisti, persone della cosiddetta società civile, che non si sono mai piegati ai dettami
del governo dispotico dei mullah. Proprio per evitare quanto loro successo in terra irachena, avevano lasciare il loro Paese. I sopravvissuti hanno raggiunto il vicino Camp Liberty dove sono ospitati circa 3.000 rifugiati politici iraniani. Sette sono tuttora ostaggi degli iracheni.
L’evento non ha avuto la giusta visibilità mediatica, ne l’immediata reazione da parte di coloro che li dovevano tutelare, in nome della Quarta Convenzione di Ginevra, e dei diritti umani . E’ stato un attacco alla comunità internazionale , anche se come tale non è stata recepita. USA e ONU e Iraq avevano siglato un accordo per la tutela dei residenti dei Camp Ashraf , ma forse in quel momento hanno avuto un attimo di distrazione. Ora non dobbiamo permettere e permetterci alcuna distrazione poiché 7 persone , 6 donne e 1 uomo, sono tutt'ora ostaggi e rischiano la loro vita.
I sopravvissuti hanno raggiunto il vicino Camp Liberty dove sono ospitati circa 3.000 dissidenti politici iraniani i quali da più di dieci giorni hanno intrapreso lo sciopero della fame finalizzata alla richiesta del rilascio degli ostaggi.
Quanto avvenuto recentemente, seppur non nella reale drammaticità, era ben percepita dai vertici e dalla base che costituiscono il Movimento di Resistenza. Molti segnali premonitori giungevano da Camp Ashraf, mancata erogazione dell’elettricità, dell’acqua potabile, difficoltà nel fornirli di beni di prima necessità. Altri movimenti all’interno del campo , venivano percepiti come presagi nefasti. Venutone a conoscenza, il Movimento di Resistenza Iraniano , ADDI hanno immediatamente lanciato numerosi appelli alle autorità internazionali e alla comunità per richiamare l’attenzione su Camp Ashraf . Il grave problema siriano ha catalizzato tutta l’attenzione a fine agosto, sicché a loro voce non ha raggiunto chi aveva il dovere di ascoltare ed intervenire.
Dopo giornate di lutto ora deve seguire la lotta. Sei donne e un uomo sono tenuti in ostaggio da sedici giorni nelle mani della “divisione sporca” e “dell’organizzazione della lotta contro il terrorismo “ a cui fa capo il Generale iracheno Maliki al servizio del regime iraniano. Sono detenuti nei pressi dell’aeroporto di Bagdad , in condizioni disumane e con la consapevolezza di poter essere trasferiti in Iran e di quanto li spetta! Se gli Usa e l’ONU non hanno mantenuto la promessa di proteggere Camp Ashraf , devono agire ora, per difendere chi rischia di essere estradato, torturato ed ucciso. Per questo si è creato un movimento collettivo finalizzato ad inviare più lettere sia al Segretario Generale Ban Ki moon che al Segretario di Stato americano Kerry per avviare al più presto una trattativa per il loro rilascio. Con il ritardo che le contraddistingue, anche alcune diplomazie europee stanno sostenendo la causa. La nostra ministra degli esteri Emma Bonino, l’ex Ministro Giulio Terzi ed altri sei parlamentari europei italiani , si sono uniti all'appello espressi a favore di un intervento di mediazione al fine di liberare gli ostaggi.
Gli Iraniani anelano alla libertà. Anche la Resistenza Iraniana vuole la fine del barbaro governo dei mullah!
52 uomini e donne , sono stati uccisi da militari iracheni.
Alcuni di loro avevano le mani legate con lo spago dietro la schiena, ed un
colpo di fucile alla testa ha posto fine alla loro esistenza.Erano, intellettuali, giornalisti, persone della cosiddetta società civile, che non si sono mai piegati ai dettami
del governo dispotico dei mullah. Proprio per evitare quanto loro successo in terra irachena, avevano lasciare il loro Paese. I sopravvissuti hanno raggiunto il vicino Camp Liberty dove sono ospitati circa 3.000 rifugiati politici iraniani. Sette sono tuttora ostaggi degli iracheni.
L’evento non ha avuto la giusta visibilità mediatica, ne l’immediata reazione da parte di coloro che li dovevano tutelare, in nome della Quarta Convenzione di Ginevra, e dei diritti umani . E’ stato un attacco alla comunità internazionale , anche se come tale non è stata recepita. USA e ONU e Iraq avevano siglato un accordo per la tutela dei residenti dei Camp Ashraf , ma forse in quel momento hanno avuto un attimo di distrazione. Ora non dobbiamo permettere e permetterci alcuna distrazione poiché 7 persone , 6 donne e 1 uomo, sono tutt'ora ostaggi e rischiano la loro vita.
I sopravvissuti hanno raggiunto il vicino Camp Liberty dove sono ospitati circa 3.000 dissidenti politici iraniani i quali da più di dieci giorni hanno intrapreso lo sciopero della fame finalizzata alla richiesta del rilascio degli ostaggi.
Quanto avvenuto recentemente, seppur non nella reale drammaticità, era ben percepita dai vertici e dalla base che costituiscono il Movimento di Resistenza. Molti segnali premonitori giungevano da Camp Ashraf, mancata erogazione dell’elettricità, dell’acqua potabile, difficoltà nel fornirli di beni di prima necessità. Altri movimenti all’interno del campo , venivano percepiti come presagi nefasti. Venutone a conoscenza, il Movimento di Resistenza Iraniano , ADDI hanno immediatamente lanciato numerosi appelli alle autorità internazionali e alla comunità per richiamare l’attenzione su Camp Ashraf . Il grave problema siriano ha catalizzato tutta l’attenzione a fine agosto, sicché a loro voce non ha raggiunto chi aveva il dovere di ascoltare ed intervenire.
Dopo giornate di lutto ora deve seguire la lotta. Sei donne e un uomo sono tenuti in ostaggio da sedici giorni nelle mani della “divisione sporca” e “dell’organizzazione della lotta contro il terrorismo “ a cui fa capo il Generale iracheno Maliki al servizio del regime iraniano. Sono detenuti nei pressi dell’aeroporto di Bagdad , in condizioni disumane e con la consapevolezza di poter essere trasferiti in Iran e di quanto li spetta! Se gli Usa e l’ONU non hanno mantenuto la promessa di proteggere Camp Ashraf , devono agire ora, per difendere chi rischia di essere estradato, torturato ed ucciso. Per questo si è creato un movimento collettivo finalizzato ad inviare più lettere sia al Segretario Generale Ban Ki moon che al Segretario di Stato americano Kerry per avviare al più presto una trattativa per il loro rilascio. Con il ritardo che le contraddistingue, anche alcune diplomazie europee stanno sostenendo la causa. La nostra ministra degli esteri Emma Bonino, l’ex Ministro Giulio Terzi ed altri sei parlamentari europei italiani , si sono uniti all'appello espressi a favore di un intervento di mediazione al fine di liberare gli ostaggi.
Gli Iraniani anelano alla libertà. Anche la Resistenza Iraniana vuole la fine del barbaro governo dei mullah!
Nuccia Decio
sabato 17 agosto 2013
EGITTO : DAL BAGNO DI SANGUE ALLA GUERRA CIVILE
Non dimenticheremo facilmente questo caldo agosto, poiché lo scenario non solo egiziano bensì a livello internazionale subirà dei cambiamenti. Con possibili stravolgimenti sia a carattere geopolitico che economico.
Questo lo dobbiamo soprattutto all'ennesimo fallimento della diplomazia internazionale.
Questo lo dobbiamo a quei Capi di grandi potenze che si trovano in seria difficoltà nel prendere una posizione "certa", con ritiro di finanziamenti, di sostegni dichiarati, e di non facile rientro, ora che La Fratellanza Musulmana, non è più referente del Paese. Poichè si trova letteralmente spaccato in due.
Nei giorni scorsi la rappresentante della diplomazia UE Signora Ashton, si è intrattenuta in colloquio privato,in luogo segreto col deposto presidente Morsi. Poi si è intrattenuta (colloqui non previsti) con il rappresentante dei militari al potere.
Mi chiedo se si siano limitati a bere un té alla menta?
Di quanto si sono detti, a chi ha poi riferito? Pur avendo dichiarato che la sua non era una missione di "conflict mediator", la Responsabile della diplomazia UE, avrà raccolto espressioni di intenzione dai capi delle opposizioni.
Avrà relazionato ai suoi colleghi quanto raccolto nel suo viaggio?
La nostra Ministra Emma Bonino, da sempre attenta agli eventi egiziani, avendo anche vissuto anni al Cairo, appariva smarrita, al punto tale da "stoppare" l'invio di armi italiane all'Egitto, solo pochi giorni fa.
Nel mio ultimo blog,impostato sugli avvenimenti che stavano accadendo a fine luglio, dopo la manifestazione che costò la vita a circa 60 egiziani, durante un intervista ad un professore universitario,esprimeva la possibilità che si arrivasse ad una guerra civile.Ed era un professore!!
Come si è potuti cadere nell'inerzia o ancor poggio, lasciare un Paese come l'Egitto andare verso l'auto distruzione con una guerra civile, in così poco tempo.
Sappiamo chi sostiene La Fratellanza Musulmana e chi i Militari. Sono Paesi a loro vicini, ma vicini lo siamo anche noi.
La Comunità Europea non può dimenticare che l'Egitto è un Paese del Sud del Mediterraneo.
L'Egitto è un Paese con 85 milioni di cittadini censiti ma,potrebbero essere anche 90 milioni.
Sono molto giovani.
Se la situazione andasse degenerando e decidessero di lasciare il loro Paese, dove pensate potrebbero arrivare?
Ma a questo spero si confrontino a breve le diplomazie internazionali.
Quanto più mi fa male sono le orribili immagini che ci hanno sconvolto in questi giorni di vacanza per la maggior parte degli italiani.
Nuccia Decio
mercoledì 31 luglio 2013
Egitto : racconti da un Paese spezzato
Il Cairo 23 luglio
2013
Il clima è molto caldo, le manifestazioni concentrate nella famigerata Piazza Tahrir , come una sorta di fluido invadono altre piazze, molte vie del centro e delle periferie.
Difficile risulta comprendere gli slogan ma,ben definite sono le aree pro e contro Morsi.
In un albergo del centro ci sentiamo rassicurati da una forte presenza di militari, tanto da trovar tempo per intrecciare una conversazione “fuori programma” con chi da anni vive la realtà egiziana.
La voce del popolo regala sempre una nota ch talvolta può cambiar la musica.
L’interlocutore, mentre assapora una bibita,con occhio vigile, sull’andi rivieni e l’orecchio ben proteso all’ascolto , preferisce mantenere l’anonimato, come del resto la maggior parte delle persone alle quali si chiede una informazione al di fuori dell’ufficialità.
E’ un docente di
diritto presso l’università del Cairo, presso la quale Lui stesso si è
laureato. Anni dichiarati 60!
Gli concedo tempo, per poi lanciargli una domanda che non riuscivo più a contenere:
“Ma Lei, concorda con gli analisti ch prospettano uno scenario da guerra civile?”
“Si. E’ uno scenario che è affiorato nella mia mente il giorno stesso dell’elezione di Morsi a Presidente. Non la temo, perché temo l’intransigenza dell’esercito che sta scatenando la reazione di vendetta degli islamisti ma perché vede, nel codice della Fratellanza Musulmana la spartizione delle cariche, l’idea di rappresentanza è pressoché assente.”
“Capisco che non è un concetto facile da esprimere, ora qui. L’Islam politico, dal suo punto di vista è compatibile con la democrazia?”
Gli concedo tempo, per poi lanciargli una domanda che non riuscivo più a contenere:
“Ma Lei, concorda con gli analisti ch prospettano uno scenario da guerra civile?”
“Si. E’ uno scenario che è affiorato nella mia mente il giorno stesso dell’elezione di Morsi a Presidente. Non la temo, perché temo l’intransigenza dell’esercito che sta scatenando la reazione di vendetta degli islamisti ma perché vede, nel codice della Fratellanza Musulmana la spartizione delle cariche, l’idea di rappresentanza è pressoché assente.”
“Capisco che non è un concetto facile da esprimere, ora qui. L’Islam politico, dal suo punto di vista è compatibile con la democrazia?”
“Il Fronte di Salvezza Nazionale , proprio qualche ora fa ha diffuso appelli favorevoli al dialogo e penso che sia una dichiarazione credibile. Penso che nei futuri assetti politici tutti i Fratelli verranno accolti e si avvarranno dei diritti di tutti. Non mi sembra che Il Fronte abbia alcuna intenzione di bandire dalla i Fratelli dalla scena politica o di incarcerarli. Qui non si parla di golpe , bensì la definirei una situazione di completamento della rivoluzione del 25 gennaio di due anni fa.”
“Prof. D. i Fratelli Musulmani sono ancora in gioco?”
“Durante la loro breve esperienza governativa hanno avuto modo di organizzarsi, Hanno aperto numerose sedi di partito, Hanno ricoperto cariche istituzionali, tenuto comizi e gestito uno dei più importanti giornali governativi. Hanno potuto parlare agli egiziani, hanno avuto la possibilità di gestire l’opinione pubblica, da noi molto importante. Forse non sono riusciti a scalfire l’anima degli egiziani, anzi con alcuni loro comportamenti ed emendamenti hanno creato malcontento, rabbia, hanno deluso le loro aspettative. Pensiamo che nel programma presentato da Morsi si prevedeva una ricostruzione dell’Egitto, ridando dignità agli egiziani,prevedendo uno stato non teocratico. Voleva dare spazi sempre più autorevoli e maggiori alle donne nella società egiziana, ma poi….alla fine si è rivelato un rais, attribuendosi ampissimi poteri, e rendendo non impugnabili i suoi decreti presidenziali. Ha spaccato in due il Paese.”
“In effetti come ben possiamo sentire ci sono
due cori ben contraddistinti”
“Si perché anche se
Piazza Tahrir e il movimento Tamarrod, rimane la maggioritaria, non dobbiamo
dimenticare l’altra piazza, quella dei Fratelli Musulmani. E’ vero che hanno
subìto una sconfitta, ma sono ben radicati nella società da 80 anni,e durante
questi anni i militanti che li sostengono sono aumentati. La partecipazione
alla rivolta contro Morsi è stata senza dubbio consistente però, non va sottovalutato
ciò che dicevamo prima che ci troviamo di fronte ad un Paesespezzato. Il
movimento Tamarrod e il Fronte del 30 giugno non rappresentano tutto il Paese.
Anche nella rivoluzione del 2011, anche oggi una grande parte dell’Egitto non
approva quanto è accaduto e no riesce ad esprimere il proprio dissenso.”
E’ uno scenario nuovo per l’Egitto.
E’ uno scenario nuovo per l’Egitto.
Mosa’ab Elsamy è un
fotoreporter egiziano seppur rammaricato per gli avvenimenti, racconta
rivivendo con la stessa emozione e coinvolgimento i fatti del 27 luglio, pochi
giorni fa, quando si sono contati morti e feriti.
“Mi sono recato a Raba’a al Adaweya alle prime ore,
dopo che avevo sentito che il Ministro degli interni voleva sgomberare il sit in. Io naturalmente
volevo essere li per documentare i fatti, è il mio lavoro.
Sono arrivato col taxi fino a Nasr Street alle 2 del mattino, il mio taxi è stato bloccato da un cordone di forze speciali e siamo stati invitati a tornare indietro. Io naturalmente ho proseguito a piedi, spostandomi nel secondo cordone vicino a Raba’a dove ho incontrato altri colleghi che erano arrivati prima di me.
Gli scontri erano già cominciati, era impossibile fare riprese , per cui ho deciso di ritornare indietro entrando dall’altro lato riuscendoci.
Erano circa le 3mattino, si percepiva una certa tensione, conosco quel sit ma non c’era il clima di sempre.
Poco dopo sento un uomo che con tono ben deciso urlava di “tenersi pronti per aiutare i fratelli la fuori”. Si sono formati dei cordoni in mezzo alla folla. Prima ancora che riuscissi a chiedere che cosa stesse accadendo vedo un’ambulanza che trasporta un uomo deceduto.
Ho cercato di avvicinarmi agli scontri ma, il buio, il fumo bianco dei lacrimogeni che veniva illuminato a tratti dalle luci dell’ambulanza e delle moto, che correvano per trasportare i morti e i feriti.
Il suono degli spari era continuo, incessante anche se li percepivo un po’ distanti da dove mi trovavo. A questo punto ho pensato bene di tornare verso Rab’a, cercando di arrivare poi all’ospedale da campo.
Li ho trovato il caos.
Erano circa le 4 quando sono riuscito a farmi strada in mezzo ai cadavere , mi fu chiaro a quel punto che la situazione era precipitata nel giro di poco tempo. Da un medico seppi che i morti erano 8 e più di 500 feriti.
Mi resi utile cercando di liberare i letti prima dell’arrivo dei feriti, ma presto lo spazio venne tutto occupato. Ho visto più di 30 feriti da arma da fuoco, colpiti alla testa,nelle gambe, al petto.
Sono arrivato col taxi fino a Nasr Street alle 2 del mattino, il mio taxi è stato bloccato da un cordone di forze speciali e siamo stati invitati a tornare indietro. Io naturalmente ho proseguito a piedi, spostandomi nel secondo cordone vicino a Raba’a dove ho incontrato altri colleghi che erano arrivati prima di me.
Gli scontri erano già cominciati, era impossibile fare riprese , per cui ho deciso di ritornare indietro entrando dall’altro lato riuscendoci.
Erano circa le 3mattino, si percepiva una certa tensione, conosco quel sit ma non c’era il clima di sempre.
Poco dopo sento un uomo che con tono ben deciso urlava di “tenersi pronti per aiutare i fratelli la fuori”. Si sono formati dei cordoni in mezzo alla folla. Prima ancora che riuscissi a chiedere che cosa stesse accadendo vedo un’ambulanza che trasporta un uomo deceduto.
Ho cercato di avvicinarmi agli scontri ma, il buio, il fumo bianco dei lacrimogeni che veniva illuminato a tratti dalle luci dell’ambulanza e delle moto, che correvano per trasportare i morti e i feriti.
Il suono degli spari era continuo, incessante anche se li percepivo un po’ distanti da dove mi trovavo. A questo punto ho pensato bene di tornare verso Rab’a, cercando di arrivare poi all’ospedale da campo.
Li ho trovato il caos.
Erano circa le 4 quando sono riuscito a farmi strada in mezzo ai cadavere , mi fu chiaro a quel punto che la situazione era precipitata nel giro di poco tempo. Da un medico seppi che i morti erano 8 e più di 500 feriti.
Mi resi utile cercando di liberare i letti prima dell’arrivo dei feriti, ma presto lo spazio venne tutto occupato. Ho visto più di 30 feriti da arma da fuoco, colpiti alla testa,nelle gambe, al petto.
Pochi di loro sono sopravvissuti.
Dopo un’ora avevo la sensazione di trovarmi più in un obitorio che in un ospedale.
Dopo un’ora avevo la sensazione di trovarmi più in un obitorio che in un ospedale.
Con la luce del sole mi sono sentito di
uscire per raggiungere i fronte dei combattimenti.
Ogni due minuti circa un uomo cadeva colpito.
Ogni due minuti circa un uomo cadeva colpito.
Nasr Street è una strada molto larga , per cui
era difficile capire da quale parte provenissero i proiettili. Gli spari erano
indiscriminati e la polizia ha mantenuto un buon autocontrollo.
Ho visto un uomo, proprio davanti a me, cadere nello stesso posto in cui era in piedi; un colpo secco alla testa. Spaventoso.
Ho visto un uomo, proprio davanti a me, cadere nello stesso posto in cui era in piedi; un colpo secco alla testa. Spaventoso.
La polizia era affiancata da civili armati.
Queste persone sembravano i residenti del posto, perché ricordavo di averli già
visti al mattino presto.
Sia i civili che la polizia sparavano ai sostenitori di Morsi. Senza alcun aiuto ,i sostenitori di Morsi s riparavano come potevano, lanciando sassi e fuochi d’artificio contro la polizia.
I militari no hanno preso alcuna parte all’assalto. Il loro coinvolgimento è stato marginale, si sono limitati a sparare in alto quando le due fazioni si facevano troppo vicine diventando dei veri e propri target gli uni degli altri.”
Sia i civili che la polizia sparavano ai sostenitori di Morsi. Senza alcun aiuto ,i sostenitori di Morsi s riparavano come potevano, lanciando sassi e fuochi d’artificio contro la polizia.
I militari no hanno preso alcuna parte all’assalto. Il loro coinvolgimento è stato marginale, si sono limitati a sparare in alto quando le due fazioni si facevano troppo vicine diventando dei veri e propri target gli uni degli altri.”
Le versioni sono
però contrastanti;La Fratellanza Musulmana ha in effetti diffuso un video di
bambini morti, imputandone l’omicidio ai militari, quando si trattava di
immagini riprese in Siria. Questo a riprova che “alcuni” sostenitori di Morsi
sono coerenti con l’onestà e la trasparenza dichiarata.
La tragedia di Rab’a
è stato n gesto insensato, ingiustificato.
Compiuto dalla polizia, fiancheggiata da civili armati, con la compiacenza dei militari che non hanno saputo intervenire con maggior determinazione.
Questi ed altri recenti orrori, tormenteranno e lacereranno questa nazione che, giorno dopo giorno, sta perdendo il suo aspetto umano assumendone uno mostruoso.
La tragedia di Rab’a è costata la vita a 58 persone e ad un numero imprecisato di feriti anche gravi.
Compiuto dalla polizia, fiancheggiata da civili armati, con la compiacenza dei militari che non hanno saputo intervenire con maggior determinazione.
Questi ed altri recenti orrori, tormenteranno e lacereranno questa nazione che, giorno dopo giorno, sta perdendo il suo aspetto umano assumendone uno mostruoso.
La tragedia di Rab’a è costata la vita a 58 persone e ad un numero imprecisato di feriti anche gravi.
giovedì 27 giugno 2013
IRAN: violazione dei diritti umani
Grazie all’Associazione Democratica Donne Iraniane ho ricevuto e vi partecipo una lettere scritta da un detenuto nelle carceri iraniane. Chiaro messaggio che la moderazione tanto paventata dall’elezione del nuovo Presidente si dovrà far carico di intervenire in situazioni chiara dimostrazione della negazione dei diritti umani.
24 giugno 2013 Said Massouri Carcere Gohardasht 3 Tir 1391
Questa lettera è stata trascritta dalla registrazione audio grazie al comitato per la libertà dei prigionieri politici in Iran.
Le mie condoglianze alla famiglia in particolar modo alla mamma di Afshin Assanlou. Cara Mamma il tuo dolore è anche mio.
La lettera è inviata dal prigioniero politico Said Massouri alla madre di Afshin Asanlou, ucciso in carcere pochi giorni fa.
E’ l'ora di ribellarsi!
Le mie condoglianze alla famiglia in particolar modo alla mamma di Afshin Assanlou. Cara Mamma il tuo dolore è anche mio.
Da anni ti conosco.
E’ da anni che t’incontravo quando venivi a visitare prima Mansour e dopo Afshin.
E’ da anni che sono testimone del tuo andare e venire da un carcere a un altro.
E’ da anni che sono al corrente delle ingiustizie fatte nei tuoi confronti e anche nei confronti delle famiglie di tutti i prigionieri sia durante l’attesa di fronte alle carceri che nei vari tribunali; per questo motivo non riesco a capire perché dopo tutte queste ingiustizie, sofferenze, lacrime versate e i tentativi per salvare il tuo caro figlio, non posso immaginare come hanno potuto consegnarti il corpo senza vita di tuo caro Afshin.
Come siete riusciti a sopportare tutto ciò?
Non so come posso attenuare il tuo dolore.
Il pomeriggio di giovedì, quando é avvenuta la tragedia, parlavo con tuo figlio Afshin.
Il pomeriggio di giovedì, quando é avvenuta la tragedia, parlavo con tuo figlio Afshin.
Era arrivato da poco nel nostro braccio. Diceva: qui non c'è più posto nemmeno per respirare perché ci mandano continuamente altri detenuti, ci stanno seppellendo da vivi.
Non abbiamo un posto, non abbiamo servizi sanitari, non abbiamo un intervallo per prendere una boccata di aria, ma nonostante tutto mi diceva che dovevamo tenerci uniti ed aiutarci a vicenda.
Ma mamma ti devo confessare la grande amarezza del non essere riusciti a badare a lui e a difenderlo!
Questi criminali senza coscienza hanno privato i prigionieri di tutti i mezzi e possibilità.
Questi criminali senza coscienza hanno privato i prigionieri di tutti i mezzi e possibilità.
Ci hanno lasciato solo la morte!
Qui quando avvengono tragedie come la morte di tuo figlio, in pochi se ne accorgono.
I giornali oggi sono troppo impegnati a dimostrare la loro fede riposta in Rohani
Non hanno dato spazio a questa dolorosa perdita..
Giovedì tuo figlio Afshin ha avvertito dei dolori alla cassa toracica e noi l'abbiamo accompagnato nell’infermeria del carcere e fino la sera non ne abbiamo avuto notizie.
Cara Mamma, credimi, tenendo conto delle condizioni in cui viviamo specialmente noi prigionieri politici, ti posso dire che ci consola il fatto che Afshin si è liberato di tutte queste privazioni e sofferenze!
Cara Mamma, credimi, tenendo conto delle condizioni in cui viviamo specialmente noi prigionieri politici, ti posso dire che ci consola il fatto che Afshin si è liberato di tutte queste privazioni e sofferenze!
Almeno non sarà testimone della morte di tutti i suoi amici.
Presidente Rohani dimostri che è un moderato.
Dimostri che ripristinerà i diritti umani in Iran!
mercoledì 26 giugno 2013
Iran: Elezioni di regime
Il nuovo Presidente del regime è un veterano della macchina da guerra
Sabato 22 giugno a Villepinte, nei pressi di Parigi si è tenuto il più grande raduno degli iraniani : più di centomila fra dissidenti e simpatizzanti in esilio, più di 6OO fra personaggi politici, giuristi, legislatori , provenienti da ben 47 Paesi del mondo.
I relatori della manifestazione hanno sottolineato che le recenti elezioni presidenziali del regime iraniano non erano ne libere, ne eque, come apparivano dai media occidentali.
“Le elezioni si sono svolte in un clima di repressione, caratterizzata da arresti di dissidenti, dall’interruzione al libero accesso di internet, dal divieto della libertà di stampa, e da una folta presenza di forze repressive.
Il nuovo presidente del regime iraniano non può essere definito un moderato, in quanto ha ricoperto posizioni di rilievo in stretta collaborazione con Khamanei, sostenendo la politica di regime , volta alla repressione del popolo al fine di preservare la sicurezza del regime.
I relatori hanno sottolineato che sia la comunità internazionale che iraniana aspirano ad un cambiamento democratico in Iran , ma che l’unica soluzione per poter liberare il mondo dal “male” prodotto da questo regime, è rappresentato dal cambio del regime stesso per mano del popolo iraniano.
Un vero e proprio bagno di folla, sventolio di bandiere e canti inneggianti il suo nome , hanno accompagnato l’intervento della Signora Maryam Rajavi, Presidente eletta della resistenza iraniana, (CNRI) principale relatore della manifestazione movimento sempre più in crescita .
La Rajavi ha definito l’elezione iraniana una vera e propria farsa, in quanto il presidente Rowhani, definito, democratico o moderato, è stato eletto al fine di far fronte a delle rivolte popolari in atto e previste, ma è pur sempre espressione della macchina da guerra e di repressione sostenuta dai mullah. Ha invitato inoltre il nuovo presidente dei mullah ad acconsentire alle richieste immediate avanzate dal popolo iraniano. “Noi diciamo che: in assenza di libertà di espressione, dei diritti umani, senza il rilascio dei prigionieri politici, senza il riconoscimento dei liberi partiti politici,, senza porre termine alle aggressioni del regime in Siria e in Iraq e senza fermare il programma di armamenti nucleari, non cambierà nulla in Iran. Questo è il vostro compito, questo è quanto il popolo iraniano chiede al nuovo Presidente . Ma la realtà è che il, leader supremo del regime è nella piena consapevolezza che ogni serio cambiamento innescherebbe il rovesciamento del regime nella sua pienezza. “ Commentando l’ingerenza belligerante del regime dei mullah in altri Paesi, Mariam Rajani ha aggiunto: “Il sistema clericale ha condotto la guerra contro il popolo della Siria per anticiparne il prorpio rovesciamento. Questa guerra sporca non è volta a salvare Assadbensì per salvare Khamenei a Teheran. Questo regime ha diffuso il fondamentalismo e il terrorismo dall’Afghanistan all’Iraq al Bahrein allo Yemen. Il dominio di 35 anni dei mullah ha provocato uccisioni, devastazioni, impoverimento, tossicodipendenza disoccupazione, aumento dei prezzi dei beni di primissima necessità. Questo regime non si potrà rovesciare se non con un movimento di resistenza dotato di un’organizzazione coesa, e unita, con membri pronti al sostegno popolare qualunque sia il prezzo, con la diffusa partecipazione delle donne in tutti i campi. Ha così concluso:
Il popolo Iraniano deve regnare sovrano!I relatori della manifestazione hanno sottolineato che le recenti elezioni presidenziali del regime iraniano non erano ne libere, ne eque, come apparivano dai media occidentali.
“Le elezioni si sono svolte in un clima di repressione, caratterizzata da arresti di dissidenti, dall’interruzione al libero accesso di internet, dal divieto della libertà di stampa, e da una folta presenza di forze repressive.
Il nuovo presidente del regime iraniano non può essere definito un moderato, in quanto ha ricoperto posizioni di rilievo in stretta collaborazione con Khamanei, sostenendo la politica di regime , volta alla repressione del popolo al fine di preservare la sicurezza del regime.
I relatori hanno sottolineato che sia la comunità internazionale che iraniana aspirano ad un cambiamento democratico in Iran , ma che l’unica soluzione per poter liberare il mondo dal “male” prodotto da questo regime, è rappresentato dal cambio del regime stesso per mano del popolo iraniano.
Un vero e proprio bagno di folla, sventolio di bandiere e canti inneggianti il suo nome , hanno accompagnato l’intervento della Signora Maryam Rajavi, Presidente eletta della resistenza iraniana, (CNRI) principale relatore della manifestazione movimento sempre più in crescita .
La Rajavi ha definito l’elezione iraniana una vera e propria farsa, in quanto il presidente Rowhani, definito, democratico o moderato, è stato eletto al fine di far fronte a delle rivolte popolari in atto e previste, ma è pur sempre espressione della macchina da guerra e di repressione sostenuta dai mullah. Ha invitato inoltre il nuovo presidente dei mullah ad acconsentire alle richieste immediate avanzate dal popolo iraniano. “Noi diciamo che: in assenza di libertà di espressione, dei diritti umani, senza il rilascio dei prigionieri politici, senza il riconoscimento dei liberi partiti politici,, senza porre termine alle aggressioni del regime in Siria e in Iraq e senza fermare il programma di armamenti nucleari, non cambierà nulla in Iran. Questo è il vostro compito, questo è quanto il popolo iraniano chiede al nuovo Presidente . Ma la realtà è che il, leader supremo del regime è nella piena consapevolezza che ogni serio cambiamento innescherebbe il rovesciamento del regime nella sua pienezza. “ Commentando l’ingerenza belligerante del regime dei mullah in altri Paesi, Mariam Rajani ha aggiunto: “Il sistema clericale ha condotto la guerra contro il popolo della Siria per anticiparne il prorpio rovesciamento. Questa guerra sporca non è volta a salvare Assadbensì per salvare Khamenei a Teheran. Questo regime ha diffuso il fondamentalismo e il terrorismo dall’Afghanistan all’Iraq al Bahrein allo Yemen. Il dominio di 35 anni dei mullah ha provocato uccisioni, devastazioni, impoverimento, tossicodipendenza disoccupazione, aumento dei prezzi dei beni di primissima necessità. Questo regime non si potrà rovesciare se non con un movimento di resistenza dotato di un’organizzazione coesa, e unita, con membri pronti al sostegno popolare qualunque sia il prezzo, con la diffusa partecipazione delle donne in tutti i campi. Ha così concluso:
Sono infinitamente grata a Sonia Irani attiva conduttrice di ADDI italia
(Associazione Donne Democratiche Iraniane) senza la quale alcune notizie a noi non giungerebbero mai ! Grata per l'aggiornamento costante degli sviluppi ,sia del Movimento da noi sostenuto, che dell'evolversi delle "circostanze iraniane".
La grande folla di esuli iraniani a Villepint-Parigi Sabato 22 /6
lunedì 17 giugno 2013
mercoledì 12 giugno 2013
Istanbul: al seguito dgli irriducibili di Piazza Taksim
Nelle vicinanze di Piazza Taksim, epicentro della contestazione turca, evacuata stamane dopo i violenti scontri fra manifestanti e polizia, si intravedono pochi irriducibili sotto l’inclemenza della pioggia e di un forte vento.
Mustafà si protegge il capo con la bandiera turca , è uno dei pochi giovani rimasto sulla piazza questo martedì mattina del 12 giugno 2013.
Nel frattempo le squadre di pulizia del servizio municipale ripuliscono la Piazza da tutto quanto è rimasto dopo una lunga notte di violenza.
Mustafà ripete ai pochi stranieri incuriositi: “Questa è la mia bandiera, questo è il mio paese, io posso rimanere qui fin che lo voglio”.
Si avvicina interessandosi alla conversazione Abdullah, un ingegnere meccanico di cinquant’anni il quale, col piglio di chi sta tenendo un discorso, si rivolge alla piazza declamando “ voglio denunciare a tutto il mondo gli abusi del potere di questo Primo ministro islamico che si vuole prendere, no, sottolinea, si è già preso tutta la nostra vita “
La pioggia si fa sempre più battente e appaiono i primi impiegati che si recano ai loro posti di lavoro.
Taxi e bus, passano con persone stipate, di un giorno qualunque.
La gente esce dagli alberghi.
La presenza della polizia più discreta.
Ma sulla spianata che domina la piazza si intravede una piccola barricata posta a difesa dell’accesso al Parco Gezi. Alcuni manifestanti sono ancora la, accovacciati sotto gli alberi; proprio quegli alberi che da tredici giorni vogliono difendere , e che hanno eretto a simbolo della rivolta.
Sono presenti anche alcuni poliziotti con i loro gas lacrimogeni. Sembrano confinati in un piccolo ghetto per il momento caratterizzato da un’apparente tranquillità ,ma si percepisce che al primo movimento dei manifestanti dovranno essere pronti ad intervenire.
Oguz è uno studente di antropologia che ancora li dalla notte precedente. Il suo volto ne è la conferma.
“La notte scorsa abbiamo avuto un po’ di paura. Ieri sera la folla è comparsa sulla piazza ora compatta, ora in gruppi che issavano drappi e bandiere, cercavano rifugio sotto le tende prima che le abbattessero. E’ successo tutto in un attimo, saranno state le sei e mezza circa (18:30 locale) quando è apparsa la polizia lanciando delle vere e proprie nuvole di gas.
“La notte scorsa abbiamo avuto un po’ di paura. Ieri sera la folla è comparsa sulla piazza ora compatta, ora in gruppi che issavano drappi e bandiere, cercavano rifugio sotto le tende prima che le abbattessero. E’ successo tutto in un attimo, saranno state le sei e mezza circa (18:30 locale) quando è apparsa la polizia lanciando delle vere e proprie nuvole di gas.
La folla a questo punto si è compattata, e la polizia ha invaso la piccola piazza e l’ingresso del parco distruggendo tutto quello che incontrava, soprattutto le tende che avevamo allestito per ripararci .Si sono poi schierati allineati, hanno lanciato delle granate ma non sono andati oltre nel parco.
Arzu, un designer, racconta che “gli interventi della polizia sono stati piuttosto efferati, durante tutta la notte, soprattutto la tensione era alta in quanto i militari si sono poi disposti ai bordi della piazza ad impedire l’afflusso delle migliaia di manifestanti che arrivavano da tutte le parti della città. Tutto questo è durato per l'intera notte .Io stesso ho visto decine e decine di feriti cercare soccorsi nelle case vicine perché era difficile raggiungere le ambulanze , l’accesso alla piazza era impossibile.”
Ed ora…azzardo..
Che prevedete per questa sera? La risposta è unanime.
“Noi saremo la in prima linea, come siamo sempre stati in prima linea nelle battaglie per la democrazia. Ed aggiungono che non sono l'espressione di alcuna rappresentanza politica, ma semplici cittadini che come tutti i cittadini del mondo tengono alta la propria bandiera. Noi terremo alta la bandiera turca." Interviene un anziano di origine kurda il quale aggiunge: “questi giovani turchi stanno vivendo e subendo ora le violenze che noi stiamo quotidianamente subendo, da ben trentanni semplicemente perché siamo Kurdi."
La serata si presenta difficile in quanto nel pomeriggio di oggi Erdogan ha riaffermato le sue intenzioni di usare il braccio di ferro.
Ma è di nuovo sera e lo scenario si sta ripresentando quale fotocopia di ieri.
Poliziotti in assetto di guerra, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.
Anche i manifestanti che sembrano più numerosi di ieri, sono dotati di maschere antigas
e di tutto quanto possa essere utile nel perseguire una battaglia che non vede fine.
Se ci cacceranno da qui, noi ritorneremo, chi dovrà cedere sarà proprio Erdogan.
Se penso che durante i primi giorni della manifestazione, associando Piazza Taksim alla primavera araba a Piazza Taharir, qualcuno ha sorriso ed altro.
Questi popoli rivendicano libertà, diritto di scegliere,
diritto di praticare una religione che non venga strumentalizzata per imporre inutili rigori e restrizioni.
Le donne non vogliono uscire vestite di nero e coperte fino al mento, anche a 13 anni.
Non è questa la nuova Turchia che i suoi abitanti si aspettavano.
Ma non mi è ancora possibile entrare in una disanima politica.
Il coinvolgimento per il presente, ora qui, è troppo alto!
martedì 11 giugno 2013
Piazza Taksim questa sera
Avevo pronto un blog per condividere il succedersi delle manifestazioni ad Istanbul ma, dalle 18:30 di questa sera (ora locale) la situazione è degenerata in una grande azione di forza dimostrativa da parte del governo Erdogan, finalizzata a neutralizzare i manifestanti.
Numerosi mezzi blindati equipaggiati con cannoni ad acqua, stanno attaccando le barricate innalzate dai manifestanti . Ma è soprattutto l'uso da parte della polizia di gas lacrimogeni scaduti a provocare numerosi feriti. Alcuni frammenti recuperati portano quale data di scadenza il 2011; pertanto la tipologia di gas che emettono è altamente tossico tanto da paragonarli agli "orange agent" usati nella guerra del golfo.
La denuncia dell'uso di tali mezzi di dispersione dei manifestanti è già stata recepita da "Amnesty International".
Certo è che quando si viene a contatto, il gas non solo si rivela lesivo della vista ma, per circa 15 minuti provoca una sorta di disorientamento.
I manifestanti dopo una altalentante arretrare e confluire in Piazza Taksim, ha preso sempre più forza e consistenza anche numericamente. Tutto serve per ripararsi, bandiere, tende , qualunque cosa pur di resistere. I poliziotti , in assetto di guerra, avanzano e non risparmiano l'uso di manganelli. La solidarietà è encomiabile: alberghi che aprono le porte per soccorrere i feriti, così come alcuni privati ospitano nelle loro case chi cerca riparo . I soccorsi pubblici sono lenti ad arrivare, le ambulanze si manifestano prima con le loro sirene, forse anche ostacolati dalla folla.
I feriti sono tanti! I mezzi di soccorso pochi.
Il governatore di Istanbul , Huseyin Avni Mutlu ha dichiarato che l'obiettivo del masiccio intervento di forza di questa sera è quello di ristabilire l'ordine ad ogni costo.
Nessun altro obiettivo, alcuna mediazione.
L'ordine è di proseguire al fine di sgomberare definitivamente Piazza Taksim dagli occupanti, questa stessa sera.
Non si vede il cielo sopra Istambul, è coperto dagli innumerevoli lacrimogeni che si diffondono nell'aria.
Urla, spari, canti, si continua a cantare nonostante tutto.
Un canto di rabbia, di comune sotegno fra i manifestanti che si stanno spostando verso Gezi Parki, luogo dove è iniziata la protesta lo scorso 30 maggio. Qui sono avvenuti gli scontri più violenti di quella protesta partita dalla salvaguardia di un'area verde di circa cinquecento alberi ma ben presto sfociata in un no a più voci contro la deriva autoritaria dell'esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan.
Nella notte fra venerdì e sabato scorso ha perso la vita un ragazzino di 13 anni, che stava prendendo parte agli scontri fra gli abitanti del quartiere e la polizia. Una repressione pressoche ignorata dalla stampa locale.
La notte sta arrivando , la situazione è ancora incendiaria.
Non ci resta che sperare, sperare che l'ordine ad ogni costo, non comporti "costi" inaccettabili.
Erdogan ha fatto la sua scelta contro la Turchia che respinge il suo autoritarismo e puritanesimo.
Le nuove generazioni sapranno condurre una resistenza per un'opposizione verso il cambiamento?
Continua...........................
Numerosi mezzi blindati equipaggiati con cannoni ad acqua, stanno attaccando le barricate innalzate dai manifestanti . Ma è soprattutto l'uso da parte della polizia di gas lacrimogeni scaduti a provocare numerosi feriti. Alcuni frammenti recuperati portano quale data di scadenza il 2011; pertanto la tipologia di gas che emettono è altamente tossico tanto da paragonarli agli "orange agent" usati nella guerra del golfo.
La denuncia dell'uso di tali mezzi di dispersione dei manifestanti è già stata recepita da "Amnesty International".
Certo è che quando si viene a contatto, il gas non solo si rivela lesivo della vista ma, per circa 15 minuti provoca una sorta di disorientamento.
I manifestanti dopo una altalentante arretrare e confluire in Piazza Taksim, ha preso sempre più forza e consistenza anche numericamente. Tutto serve per ripararsi, bandiere, tende , qualunque cosa pur di resistere. I poliziotti , in assetto di guerra, avanzano e non risparmiano l'uso di manganelli. La solidarietà è encomiabile: alberghi che aprono le porte per soccorrere i feriti, così come alcuni privati ospitano nelle loro case chi cerca riparo . I soccorsi pubblici sono lenti ad arrivare, le ambulanze si manifestano prima con le loro sirene, forse anche ostacolati dalla folla.
I feriti sono tanti! I mezzi di soccorso pochi.
Il governatore di Istanbul , Huseyin Avni Mutlu ha dichiarato che l'obiettivo del masiccio intervento di forza di questa sera è quello di ristabilire l'ordine ad ogni costo.
Nessun altro obiettivo, alcuna mediazione.
L'ordine è di proseguire al fine di sgomberare definitivamente Piazza Taksim dagli occupanti, questa stessa sera.
Non si vede il cielo sopra Istambul, è coperto dagli innumerevoli lacrimogeni che si diffondono nell'aria.
Urla, spari, canti, si continua a cantare nonostante tutto.
Un canto di rabbia, di comune sotegno fra i manifestanti che si stanno spostando verso Gezi Parki, luogo dove è iniziata la protesta lo scorso 30 maggio. Qui sono avvenuti gli scontri più violenti di quella protesta partita dalla salvaguardia di un'area verde di circa cinquecento alberi ma ben presto sfociata in un no a più voci contro la deriva autoritaria dell'esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan.
Nella notte fra venerdì e sabato scorso ha perso la vita un ragazzino di 13 anni, che stava prendendo parte agli scontri fra gli abitanti del quartiere e la polizia. Una repressione pressoche ignorata dalla stampa locale.
La notte sta arrivando , la situazione è ancora incendiaria.
Non ci resta che sperare, sperare che l'ordine ad ogni costo, non comporti "costi" inaccettabili.
Erdogan ha fatto la sua scelta contro la Turchia che respinge il suo autoritarismo e puritanesimo.
Le nuove generazioni sapranno condurre una resistenza per un'opposizione verso il cambiamento?
Continua...........................
giovedì 6 giugno 2013
Una Speranza per la Turchia
"Avevo perso ogni speranza in questi ultimi anni, ora son tornato a crederci". Kaled, è uno dei tanti turchi scesi in piazza , nonostante viva a centinaia di chilometri da Istambul e forse non ha mai neanche attraversato Gezi Park: una piccola area di verde nel centro di Istambul che il governo vorrebbe demolire per costruire un centro commerciale.
Quello che era iniziato come un sit-in di alcuni ambientalisti si è trasformata in una delle più imponenti manifestazioni degli ultimi anni in Turchia. Gezi Park rappresenta un simbolo per la città, sconvolta dal succedersi di piani urbanistici che spesso impongono la distruzione di edifici storici per lasciare il posto a grandi centri commerciali , moschee o grandi agglomerati urbani voluti per ospitare o per meglio dire stipare coloro che lasciano la campagna per cercare un po di fortuna in città!
Non solo ad Istambul, anche in altre città la speculazione immobiliare ha cambiato intere zone,grazie a concezioni edilizie rilasciate dai sindaci ai loro amici costruttori. Un sistema affaristico e politico che per l'opposizione rappresenta l'emblema del governo di Erdogan, basato su velleità neo ottomane, progetti faraonici e decisione imposte con uno stile autoritario, un esecutivo applaudito dai media più importanti e soprattutto ben difeso dalla polizia.
Va ricordata anche la decisione adottata dal Parlamento di qualche giorno fa, che vieta ai negozianti di vendere alcolici dalle dieci di sera fino alle sei del mattino. Secondo alcuni, questa decisione va intesa come l'ennesimo tentativo di mutare le abitudini di una parte società, imponendo la visione etica dei conservatori anche nel resto della Turchia. La sensazione di chi si oppone al presidente Erdogan è quella di vivere in un Paese sempre più intollerante, irrispettoso degli stili di vita originali. Un Paese che mette in carcere chi scrive espressioni di dissenso nei confronti di chi sta al potere. Sono infatti sempre più numerosi i casi di giornalisti arrestati a causa del loro pensiero politico.
Piazza Taskim diventa così la Piazza Taharir della Turchia . E, come è già successo in Egitto , anche qui la protesta coinvolge ormai tutte le componenti della società , anche quelle ideologicamente e geograficamente più lontane. a Taskim si incontrano kemalisti, anarchici, islamisti di sinistra e gli ultras del Galatasarray, del Fenerbache e del Besiktas, nemici giurati negli stadi ma uniti nella protesta contro la polizia. Diversi sotenitori ed esponenti dell' APK chiedono ad Erdogan di dialogare con i manifestanti ed invitano la polizia a cambiare la gestione dell'ordine pubblico.
La Turchia che si oppone ad Erdogan ha scoperto l'attivismo politico dopo anni di silenzio, rassegnazione e sconfitte elettorali. Sui social network che chi diffonde le immagini dei militari che distribuiscono le mascherine anti gas ai manifestanti e chi chiede ai dottori di aiutare i feriti negli scontri di piazza. Nelle vie adiacenti a Taskim, i negozianti offrono cibo ai manifestanti e i condomini appendono cartelli per invitarli ad entrare; i grandi albeghi aprono le porte alle persone rimaste intosicate dai gas lacrimogeni. I media diffondono notizie che non compaiono ne sui giornali ne dalle emittenti. In Piazza si protesta senza divisioni ideologiche come succedeva durante le primavere arabe.
Qualcuno confida nelle dimissioni di Erdogan. Una speranza che si scontra con il sostegno per il primo ministro che rappresenta ampi strati della popolazione, soprattutto, coloro che hanno beneficiato della importante crescita economica di questi ultimi anni.
E' difficile che coloro che si sono arricchiti grazie ad Erdogan decidano di abbandonarlo, troppi sono gli interessi che legano questi gruppi al governo dell'APK. Tuttavvia le proteste di questi giorni rappresentano un rifiuto del sistema economico-politico di questi anni, basato sull'alleanza tra chi vuole una politica più ispirata ai valori islamici e chi chiede meno tasse. Questo modello di sviluppo ha garantito la crescita della Turchia e il successo dell'APK, ma il prezzo è quello di aver fatto ammalare la democrazia turca di autoritarismo.
Quello che era iniziato come un sit-in di alcuni ambientalisti si è trasformata in una delle più imponenti manifestazioni degli ultimi anni in Turchia. Gezi Park rappresenta un simbolo per la città, sconvolta dal succedersi di piani urbanistici che spesso impongono la distruzione di edifici storici per lasciare il posto a grandi centri commerciali , moschee o grandi agglomerati urbani voluti per ospitare o per meglio dire stipare coloro che lasciano la campagna per cercare un po di fortuna in città!
Non solo ad Istambul, anche in altre città la speculazione immobiliare ha cambiato intere zone,grazie a concezioni edilizie rilasciate dai sindaci ai loro amici costruttori. Un sistema affaristico e politico che per l'opposizione rappresenta l'emblema del governo di Erdogan, basato su velleità neo ottomane, progetti faraonici e decisione imposte con uno stile autoritario, un esecutivo applaudito dai media più importanti e soprattutto ben difeso dalla polizia.
Va ricordata anche la decisione adottata dal Parlamento di qualche giorno fa, che vieta ai negozianti di vendere alcolici dalle dieci di sera fino alle sei del mattino. Secondo alcuni, questa decisione va intesa come l'ennesimo tentativo di mutare le abitudini di una parte società, imponendo la visione etica dei conservatori anche nel resto della Turchia. La sensazione di chi si oppone al presidente Erdogan è quella di vivere in un Paese sempre più intollerante, irrispettoso degli stili di vita originali. Un Paese che mette in carcere chi scrive espressioni di dissenso nei confronti di chi sta al potere. Sono infatti sempre più numerosi i casi di giornalisti arrestati a causa del loro pensiero politico.
Piazza Taskim diventa così la Piazza Taharir della Turchia . E, come è già successo in Egitto , anche qui la protesta coinvolge ormai tutte le componenti della società , anche quelle ideologicamente e geograficamente più lontane. a Taskim si incontrano kemalisti, anarchici, islamisti di sinistra e gli ultras del Galatasarray, del Fenerbache e del Besiktas, nemici giurati negli stadi ma uniti nella protesta contro la polizia. Diversi sotenitori ed esponenti dell' APK chiedono ad Erdogan di dialogare con i manifestanti ed invitano la polizia a cambiare la gestione dell'ordine pubblico.
La Turchia che si oppone ad Erdogan ha scoperto l'attivismo politico dopo anni di silenzio, rassegnazione e sconfitte elettorali. Sui social network che chi diffonde le immagini dei militari che distribuiscono le mascherine anti gas ai manifestanti e chi chiede ai dottori di aiutare i feriti negli scontri di piazza. Nelle vie adiacenti a Taskim, i negozianti offrono cibo ai manifestanti e i condomini appendono cartelli per invitarli ad entrare; i grandi albeghi aprono le porte alle persone rimaste intosicate dai gas lacrimogeni. I media diffondono notizie che non compaiono ne sui giornali ne dalle emittenti. In Piazza si protesta senza divisioni ideologiche come succedeva durante le primavere arabe.
Qualcuno confida nelle dimissioni di Erdogan. Una speranza che si scontra con il sostegno per il primo ministro che rappresenta ampi strati della popolazione, soprattutto, coloro che hanno beneficiato della importante crescita economica di questi ultimi anni.
E' difficile che coloro che si sono arricchiti grazie ad Erdogan decidano di abbandonarlo, troppi sono gli interessi che legano questi gruppi al governo dell'APK. Tuttavvia le proteste di questi giorni rappresentano un rifiuto del sistema economico-politico di questi anni, basato sull'alleanza tra chi vuole una politica più ispirata ai valori islamici e chi chiede meno tasse. Questo modello di sviluppo ha garantito la crescita della Turchia e il successo dell'APK, ma il prezzo è quello di aver fatto ammalare la democrazia turca di autoritarismo.
manifestanti a Piazza Taksim
giovedì 16 maggio 2013
La Libia nel caos, Sigonella portaerei per le "missioni di pace USA"
L’arrivo dei marines americani nella base siciliana di Sigonella “è avvenuto secondo modalità previste dagli accordi bilaterali”, lo ha riferito ieri Emma Bonino in audizione davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato. Il neo ministro degli Esteri ha precisato che complessivamente sono 200 i marines arrivati con due aerei, spiegando inoltre che la loro presenza costituisce “un rafforzamento della sicurezza eventuale del personale in Libia o per possibili evacuazioni”. Parlando della Libia, Il nostro ministro agli affari esteri, ha segnalato che “la situazione rischia di degenerare in ogni momento” e auspicato che l’Italia trovi “il modo di arrivare a un’iniziativa che eviti Libia di sprofondare totalmente nel caos”.
Voglio condividere con voi un pezzo del reportage di Giuseppe Acconcia riportato da”Il Manifesto” di mercoledì 15 maggio che ben rappresenta la situazione libica dal punto di vista politico sociale.
Una realtà da noi allontanata dopo la caduta di Gheddafi ma che riaffiora per quanto succitato e presto anche per quanto leggerete a seguito.
Una realtà da noi allontanata dopo la caduta di Gheddafi ma che riaffiora per quanto succitato e presto anche per quanto leggerete a seguito.
Sallum è una città che divide il deserto egiziano da quello libico : è un colabrodo. Prima che la polizia di frontiera libica riprendesse il controllo del confine, ogni traffico e contrabbando hanno attraversato questa linea immaginaria. Qui,l’esplosione che nel parcheggio dell’ospedale di Bengasi lunedì ha ucciso 15 persone, ne ha ferite 30 e ha distrutto edifici e negozi, non ha sorpreso nessuno. «Sono pronto ad attraversare il confine per lavorare sei mesi e partire per l’Italia», ci spiega Abdallah, diciannovenne profugo sudanese che domani tenterà di passare dall’altro lato. «Che in Libia ci sia ogni tipo di armi, non mi stupisce, non ho mai visto quantità così ingenti di sigarette, droga, vetture rubate, ogni sorta di abbigliamento arrivare nelle mani di chiunque come negli ultimi due anni», aggiunge Taher, seduto ad un minuscolo caffè della grande piazza di Sallum. «All’improvviso chi non aveva alcuna legittimità sociale si è trovato a poter comprare terreni e costruire case», prosegue. «E i beduini del villaggio di Eddin continuano ancora oggi nei contrabbandi. Sono pronti a pagare se esponenti della loro famiglia vengono rapiti per liberarli», chiarisce Taher. Da Bengasi a Sallum e fino a Marsa Matruh, quindici ore di microbus verso Alessandria d’Egitto, è un via vai continuo di uomini in galabeya (lunga tunica bianca). Hanno un accento libico pronunciato o vengono dalle tribù beduine, con forti influenze salafite. Spesso arrivano in Egitto per usare il denaro che hanno guadagnato in Libia. Queste terre hanno attraversato due rivolte, gli incendi dei palazzi pubblici delle proteste anti-Mubarak, di cui sono ancora evidenti i segni, e le migliaia di esuli della guerrilla libica.
Ora sono tutti armati fino ai denti, dai capi tribù ai giovani libici e egiziani. E perché non dovrebbero? Qui l’incertezza sembra non avere fine. Proprio ieri, per il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza, gli Stati uniti hanno spostato forze militari dalla Spagna alla base di Sigonella. «Questo per noi vuol dire guerra. L’intenzione verbale è di evitare che si ripeta l’attacco al consolato di Bengasi dello scorso settembre, ma credo che (gli Stati uniti, ndr) siano pronti a tutto», garantisce sheikh Mahmoud di Sallum. Che la Libia sia al centro della politica estera americana in Medio oriente lo conferma lo scontro tra democratici e repubblicani che si sta consumando a Washington. Il diplomatico dell’ambasciata statunitense, Gregory Hicks, nei giorni scorsi aveva assicurato in un’audizione al Congresso che proprio quel mancato intervento aveva impedito di salvare la vita dell’ambasciatore Stevens e degli altri tre americani uccisi nell’attentato di Bengasi.
Il gravissimo errore strategico dello scorso settembre è costato gravi critiche all’amministrazione Obama. Secondo l’Intelligence americana, responsabile dell’attacco fu il gruppo Ansar al-Sharia, legato al terrorismo internazionale di Qaeda. Ma l’ambasciatore degli Stati uniti alle Nazioni unite, Susan Rice, raccontò in una prima ricostruzione, come Stevens fosse rimasto vittima della reazione della popolazione di un film, prodotto negli Stati uniti e lesivo della religione islamica, che stava diffondendo reazioni violente in tutto il mondo arabo. Obama ha però difeso i funzionari nel mirino degli investigatori. «Il giorno dopo quanto avvenuto (a Bengasi, ndr) ho riconosciuto che si era trattato di un atto terroristico», ha ribadito Obama.
Intanto, la Libia si prepara a nuove tensioni. Il Congresso nazionale ha annullato la riunione prevista a Tripoli, in modo tale da consentire a tutti i parlamentari di partecipare ai funerali delle vittime dell’attentato di lunedì a Bengasi. Il primo ministro Ali Zeidan e il presidente del Congresso nazionale Mohammed al-Magariaf hanno assicurato che l’esplosione e attacchi precedenti non sono prevedibili e che le forze di sicurezza non sono state in grado di rafforzare le misure per prevenirli. L’esercito libico ha chiesto così alle milizie armate di unirsi al ministero degli Interni per garantire la sicurezza nel paese. A conferma del deteriorarsi della situazione sul campo, la British petroleum (Bp) ha ritirato dalla Libia parte del suo personale non essenziale, in seguito ad indicazioni in questo senso ricevute dal governo britannico. Il ministero degli Esteri inglese aveva già disposto il ritiro di parte dello staff dell’ambasciata britannica a Tripoli.
cartina della Libia Ora sono tutti armati fino ai denti, dai capi tribù ai giovani libici e egiziani. E perché non dovrebbero? Qui l’incertezza sembra non avere fine. Proprio ieri, per il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza, gli Stati uniti hanno spostato forze militari dalla Spagna alla base di Sigonella. «Questo per noi vuol dire guerra. L’intenzione verbale è di evitare che si ripeta l’attacco al consolato di Bengasi dello scorso settembre, ma credo che (gli Stati uniti, ndr) siano pronti a tutto», garantisce sheikh Mahmoud di Sallum. Che la Libia sia al centro della politica estera americana in Medio oriente lo conferma lo scontro tra democratici e repubblicani che si sta consumando a Washington. Il diplomatico dell’ambasciata statunitense, Gregory Hicks, nei giorni scorsi aveva assicurato in un’audizione al Congresso che proprio quel mancato intervento aveva impedito di salvare la vita dell’ambasciatore Stevens e degli altri tre americani uccisi nell’attentato di Bengasi.
Il gravissimo errore strategico dello scorso settembre è costato gravi critiche all’amministrazione Obama. Secondo l’Intelligence americana, responsabile dell’attacco fu il gruppo Ansar al-Sharia, legato al terrorismo internazionale di Qaeda. Ma l’ambasciatore degli Stati uniti alle Nazioni unite, Susan Rice, raccontò in una prima ricostruzione, come Stevens fosse rimasto vittima della reazione della popolazione di un film, prodotto negli Stati uniti e lesivo della religione islamica, che stava diffondendo reazioni violente in tutto il mondo arabo. Obama ha però difeso i funzionari nel mirino degli investigatori. «Il giorno dopo quanto avvenuto (a Bengasi, ndr) ho riconosciuto che si era trattato di un atto terroristico», ha ribadito Obama.
Intanto, la Libia si prepara a nuove tensioni. Il Congresso nazionale ha annullato la riunione prevista a Tripoli, in modo tale da consentire a tutti i parlamentari di partecipare ai funerali delle vittime dell’attentato di lunedì a Bengasi. Il primo ministro Ali Zeidan e il presidente del Congresso nazionale Mohammed al-Magariaf hanno assicurato che l’esplosione e attacchi precedenti non sono prevedibili e che le forze di sicurezza non sono state in grado di rafforzare le misure per prevenirli. L’esercito libico ha chiesto così alle milizie armate di unirsi al ministero degli Interni per garantire la sicurezza nel paese. A conferma del deteriorarsi della situazione sul campo, la British petroleum (Bp) ha ritirato dalla Libia parte del suo personale non essenziale, in seguito ad indicazioni in questo senso ricevute dal governo britannico. Il ministero degli Esteri inglese aveva già disposto il ritiro di parte dello staff dell’ambasciata britannica a Tripoli.
caos dopo l'attentato all'ospedale di Bengasi
lunedì 6 maggio 2013
Ius Soli o Ius Sangiunis
In questi giorni si fa un gran discutere , in merito all'acquisizione della cittadinanza italiana citando lo "ius soli"
Senza pretese cattedratiche , mi è parso interessante capire in che cosa consiste lo "ius soli".
E quale principio, di cui poco si parla, "lo ius sanguinis" che viene applicato nel nostro Paese.
Una piccola visione anche del pricipio di cittadinanza, apllicato in altri Paesi, ci stimolerà ad approfondire l'argomento.
Lo "Ius Soli" fa riferimento alla nascita sul "suolo", sul territorio dello Stato e si contrappone, nel novero dei mezzi di acquisto del diritto di cittadinanza, allo "Ius Sanguinis", imperniato invece sull'elemento della discendenza o della filiazione. Per i paesi che applicano lo ius soli è cittadino originario chi nasce sul territorio dello Stato, indipendentemente dalla cittadinanza posseduta dai genitori.
La legge 91 del 1992 indica il principio dello" Ius Sanguinis" come unico mezzo di acquisto della cittadinanza a seguito della nascita, mentre l'acquisto automatico della cittadinanza iure soli continua a rimanere limitato ai figli di ignoti, di apolidi, o ai figli che non seguono la cittadinanza dei genitori.
Altri modi per acquistare la cittadinanza sono la "Iure Communicatio", ossia la trasmissione all´interno della famiglia da un componente all´altro (matrimonio, riconoscimento o dichiarazione giudiziale di filiazione, adozione), il "beneficio di legge", allorché, in presenza di determinati presupposti, la concessione avvenga in modo automatico, senza necessità di specifica richiesta, e, infine, la "naturalizzazione". Questa comporta non una concessione automatica del nuovo status ma una valutazione discrezionale da parte degli organi e degli uffici statali competenti.
Cosa succede negli altri paesi?
Ogni paese ha le sue regole per quanto riguarda il diritto di cittadinanza, ma la scelta di base che ogni ordinamento deve fare è quella tra "ius soli" e "ius sanguinis". Nei diversi Paesi dell'Unione europea, le procedure e le condizioni per l'acquisizione della cittadinanza cambiano caso per caso.
In modo simile all'Italia, anche in Danimarca, Grecia e Austria è difficoltoso ottenere la cittadinanza per chi è nato nel territorio del Paese da genitori stranieri.
Anche in Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna vige lo ius sanguinus, ma le norme sono decisamente più morbide rispetto a quelle italiane. In Irlanda, ad esempio, i nati nel Paese da genitori stranieri possono ottenere la cittadinanza se anche uno solo dei genitori ha un permesso di residenza permanente o ha risieduto regolarmente nel Paese per almeno tre anni prima della nascita del figlio.
Le regole vigenti in Germania sono un po' più rigide di quelle irlandesi, ma sempre più morbide rispetto a quelle italiane. I bambini nati a partire dal 1 gennaio 2000 sul territorio tedesco da genitori non tedeschi acquisiscono la nazionalità se almeno uno dei due genitori ha il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni ed è residente in Germania da almeno 8 anni.
In Gran Bretagna si è cittadini alla nascita se almeno uno dei due genitori è già cittadino britannico, o è legalmente residente nel paese a certe condizioni (il che di solito avviene dopo quattro anni di residenza e lavoro continuativo).
In Australia, dopo il 1986, si è cittadini alla nascita solo se almeno uno dei genitori è già un cittadino australiano o è residente permanente. I bambini nati in Australia da genitori che non sono cittadini australiani o residenti permanenti, acquisiscono automaticamente la cittadinanza australiana al compimento del 10° anno d'età se hanno vissuto la maggior parte della loro vita in Australia.
Altri paesi in cui vige lo ius sanguinis sono Armenia, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Israele, Polonia, Serbia, Turchia, Ucraina, Ungheria.
In Francia vige lo ius soli fin dal 1515. Attualmente vige addirittura il cosiddetto "doppio ius soli" che facilita l'ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da stranieri a loro volta nati sullo stesso territorio (cittadini naturalizzati). Chi è nato invece da cittadini stranieri, se ha avuto almeno 5 anni di residenza in Francia dall'età di 11 anni può acquisire la cittadinanza facendone richiesta una volta compiuta la maggiore età.
Negli Stati Uniti, così come in Argentina, Brasile e Canada, vige lo "Ius Soli"
senza alcuna ulteriore regolazione: chi nasce negli Stati Uniti è cittadino americano.
In modo simile all'Italia, anche in Danimarca, Grecia e Austria è difficoltoso ottenere la cittadinanza per chi è nato nel territorio del Paese da genitori stranieri.
Anche in Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna vige lo ius sanguinus, ma le norme sono decisamente più morbide rispetto a quelle italiane. In Irlanda, ad esempio, i nati nel Paese da genitori stranieri possono ottenere la cittadinanza se anche uno solo dei genitori ha un permesso di residenza permanente o ha risieduto regolarmente nel Paese per almeno tre anni prima della nascita del figlio.
Le regole vigenti in Germania sono un po' più rigide di quelle irlandesi, ma sempre più morbide rispetto a quelle italiane. I bambini nati a partire dal 1 gennaio 2000 sul territorio tedesco da genitori non tedeschi acquisiscono la nazionalità se almeno uno dei due genitori ha il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni ed è residente in Germania da almeno 8 anni.
In Gran Bretagna si è cittadini alla nascita se almeno uno dei due genitori è già cittadino britannico, o è legalmente residente nel paese a certe condizioni (il che di solito avviene dopo quattro anni di residenza e lavoro continuativo).
In Australia, dopo il 1986, si è cittadini alla nascita solo se almeno uno dei genitori è già un cittadino australiano o è residente permanente. I bambini nati in Australia da genitori che non sono cittadini australiani o residenti permanenti, acquisiscono automaticamente la cittadinanza australiana al compimento del 10° anno d'età se hanno vissuto la maggior parte della loro vita in Australia.
Altri paesi in cui vige lo ius sanguinis sono Armenia, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Israele, Polonia, Serbia, Turchia, Ucraina, Ungheria.
In Francia vige lo ius soli fin dal 1515. Attualmente vige addirittura il cosiddetto "doppio ius soli" che facilita l'ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da stranieri a loro volta nati sullo stesso territorio (cittadini naturalizzati). Chi è nato invece da cittadini stranieri, se ha avuto almeno 5 anni di residenza in Francia dall'età di 11 anni può acquisire la cittadinanza facendone richiesta una volta compiuta la maggiore età.
Negli Stati Uniti, così come in Argentina, Brasile e Canada, vige lo "Ius Soli"
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